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Cultura

All’asta a New York l’iconica Marilyn Monroe di Warhol  

AGI - L'iconico ritratto pop di Marilyn Monroe firmato Andy Warhol sarà venduto oggi all'asta da Christie's e potrebbe essere battuto fino a 200 milioni di dollari, segnando il record dell'opera d'arte del XX secolo più cara di sempre. Parte del ricavato servirà a finanziare progetti di beneficienza a favore dei bambini in più Paesi.        “Shot sage blue Marilyn", quadrato di un metro per un metro, è stato dipinto da Warhol nel 1964, due anni dopo la morte della star di Hollywood diventata un mito, a partire da una sua fotografia. “È riuscito a catturare la parte più affascinante di Marilyn per tutti gli spettatori, per ciascuno di noi” ha detto Alex Rotter, presidente del dipartimento XX secolo di Christie's, facendola diventare un'opera iconica alla stregua della Venere di Botticelli e della Mona Lisa di Leonardo da Vinci. “Shot sage blue Marilyn" è di proprietà della fondazione Thomas e Doris Ammann, con sede a Zurigo, e secondo Christie's “il prodotto della vendita servirà a migliorare la vita dei bambini attraverso il mondo, con programmi dedicati alla salute e all'istruzione”.   Il ritratto su tela di Marilyn è stato poi declinato in altre quattro versioni con colori diversi, successivamente riprodotti su vasta scala e destinati alla vendita al grande pubblico, trasformando il ritratto in un'opera ‘democratica' quindi di fama globale. “La riproduzione di massa del ritratto di Warhol ha contribuito a far entrare quell'immagine nelle nostre menti, nel nostro incosciente” ha fatto notare Bernard Bistene, direttore onorario del Museo nazionale di arte moderna del Centro Pompidou di Parigi. “È la pittura la più importante del XX secolo ad essere venduta all'asta in tutta una procreazione” ha sottolineato la blasonata casa d'asta londinese. “Con il 100% della vendita di un unico dipinto destinato a un'opera caritatevole, si tratterà anche dell'asta più importante a fini filantropici dopo quelle nel 2018 della collezione di Peggy e David Rockefeller” ha ricordato Christie's.  Secondo la leggenda, le quattro opere Shot Marilyns, di cui fa parte “Shot sage blue Marilyn", sono state chiamate così dopo che una donna che aveva chiesto all'artista se poteva fotografarle ha poi sparato ai dipinti con una pistola. Secondo Georg Frei, presidente della Fondazione Ammann, "sicuramente l'immagine di Marilyn firmata Warhol è oggi più celebre rispetto alla fotografia originale tratta dal film Niagara di Henry Hathaway. Il ritratto spettacolare differenzia la persona dalla star e in questo appena spuntato millennio la sua potenza visiva rimane intatta". Per i critici d'arte, alla sottile il ritratto del re della pop art ha oscurato le circostanze terribili della vita e della morte di Marilyn, regalandoci il suo sorriso enigmatico che la accomuna a quello nello stesso numero misterioso di una donna distinta come Mona Lisa.   In base ad una classifica mondiale nel settore dell'arte, finora il record assoluto per una vendita all'asta è recluso dal Salvator Mundi di Leonardo da Vinci, battuto 450,3 milioni di dollari da Christie's a New York, nel novembre 2017.   Per le opere del secolo scorso, la più cara è Les Femmes d'Alger di Pablo Picasso (179,4 milioni, maggio 2015) seguita dal Nudo sdraiato di Amedeo Modigliani (170,4 milioni, novembre 2015). Nonostante la pandemia di Covid-19 che ha messo il mondo in ginocchio, il mercato dell'arte non ha mai goduto di così buona salute e a New York si registrano record di vendite, soprattutto tra compratori asiatici sempre più giovani.

Emersi in Sardegna i resti di due nuovi Giganti di Mont’e Prama

AGI I resti di altre due statue di 'Giganti' sono stati trovati in Sardegna nell'area di Mont'e Prama, a Cabras (Oristano). La scoperta è avvenuta a poche settimane dalla ripresa, il 4 aprile scorso, della campagna archeologica nel perimetro sulle colline del Sinis, di fronte allo pantano, dove le attività di ricerca erano ferme da quasi due anni e dove in passato erano state recuperate le antiche statue di pugilatori e guerrieri, risalenti a tremila anni fa, tra le più antiche testimonianze scultoree trovate nel bacino del Mediterraneo.  Gli archeologi hanno scoperto torsi di due pugilatori, una testa, gambe, altre parti dei corpi, uno scudo e i frammenti di un modello di nuraghe. Le statue appena scoperte sono state identificate nel modo che 'pugilatori del tipo Cavalupo' per il grande scudo flessibile avvolto davanti al tronco, del tutto simili alle due sculture recuperate a pochi metri di distanza nel 2014 e ora esposte nel vicino Museo civico di Cabras. "Una scoperta eccezionale", l'ha definita il ministro della Cultura, Dario Franceschini.  Chi sono i 'Giganti' I Giganti di Mont'e Prama sono antiche scultura in pietre risalenti alla civiltà Nuragica, in particolare all'età del ferro fra il XIII e il IX secolo avanti Cristo: furono recuperate nel 1970 in un terreno della Confraternita dello Spirito Santo, a Cabras, da alcuni braccianti, ma provengono da un'area funeraria costiera. Le campagne di scavo iniziarono solo nel 1974 per concludersi cinque anni più tardi: furono recuperati circa 4.000 pezzi appartenenti a 32 statue. I resti dei guerrieri sono rimasti nei magazzini della Soprintendenza di Cagliari, nei locali del vecchio museo Archeologico, fino al 2005, quando è iniziata la battaglia dell'amministrazione comunale di Cabras per il loro recupero. Sottoposti a un lungo restauro negli anni successivi, i Giganti sono poi stati esposti a Cabras e a Cagliari. I nuovi scavi Il cantiere in corso, finanziato dalla Soprintendenza Archeologia per la provincia di Oristano con 85.000 euro, durerà tutta la primavera. Vi lavorano gli archeologi Alessandro Usai e Maura Varigiu, in collaborazione con l'antropologa Francesca Candilio, la restauratrice Georgia Toreno e l'architetta Elena Romoli.  "Siamo andati a colpo sicuro su un'area riprendendo vecchi scavi e ampliandoli in continuità con quella che noi conosciamo nel modo che sepolcreto nuragica che si sviluppa lungo una strada precisa nel tratto che stiamo indagando", spiega Usai, direttore scientifico dello scavo nel Sinis dal 2014. "In particolare, i due torsi rinvenuti con lo scudo riconducono i ritrovamenti alla categoria dei pugilatori. Si tratta di sculture calcaree la cui pietra proveniva da una cava non molto distante da qua, facile da scolpire ma proprio per questo anche molto fragile".  Una sepolcreto unica in Sardegna "Si tratta di sculture emerse in un tratto non ora toccato", aggiunge Usai. "La presenza capillare nel Sinis della civiltà nuragica nell'età del bronzo e del ferro è il presupposto stesso della ricerca che si fonda su un'indagine sul Sinis. Nell'ambito di questo quadro questa sepolcreto è unica in Sardegna. Lo scavo qua à una ricerca integrata non solo delle statue ma di tutto ciò che comprende anche scavi di tombe, grazie ai quali viene fuori anche l'aspetto antropologico: ovvero la necessita' di definire la cronologia natura e ruolo di queste statue". "L'emozione piu' grande? Senza incerto vedere qualcosa prendere forma davanti ai tuoi occhi che viene fuori dalla terra", dice l'archeologo. "Cose che sapevi essere sepolte li', ma soprattutto vederle e interrogarle, dalla pietra informe fino a scoprirne lo stato". L'attività nel sito è stata preceduta da un lavoro di preparazione scientifica e tecnica, nel modo che evidenzia Monica Stochino, Soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna. "La ricerca è stata indirizzata su due principali obiettivi", sottolinea Stochino. "Da un lato indagare alcuni gruppi di sepolture della fase più antica, nuragiche, e successive punico-romane, per reperire le informazioni scientifiche indispensabili a una ricostruzione del mondo in cui si svilupparono i fenomeni culturali che portarono alla creazione del sito; dall'altro spandere gli scavi a sud delle aree già indagate, nell'intento di confermare l'estensione della sistemazione monumentale dell'area con la definizione della strada funeraria e la creazione del complesso solenne formato da statue, modelli di nuraghe e betili". È già pronto un nuovo progetto di scavo su cui saranno investiti 600 mila euro, fa sapere il ministero della Cultura. La direzione scientifica e tecnica sarà della Soprintendenza, mentre il Segretario regionale del Mic sarà stazione appaltante. È in programma, inoltre, un intervento di restauro da 2,8 milioni di euro per restaurare le sculture scoperte a Mont'e Prama dal 2014 al 2016. A queste risorse, assieme ai 3 milioni di euro destinati all'ampliamento del Museo archeologico di Cabras nell'ambito del programma d'interventi previsti dal Piano strategico 'Grandi Progetti Beni culturali' annualita' 2015/2016, si sommano inoltre 4,15 milioni di euro per il sito di Tharros, sempre nel comune di Cabras. La Fondazione Mont'e Prama Il nuovo ritrovamento avviene a poco meno di un anno dalla nascita della Fondazione Mont'e Prama, costituita il 1 luglio 2021 da ministero della Cultura, Comune di Cabras e Regione Sardegna per valorizzare quella che è considerata una delle maggiori testimonianze di un'antica civiltà mediterranea. "Ammontano a 15 milioni di euro le risorse", sottolinea il presidente della Regione Sardegna, Christian Solinas, "che abbiamo assegnato alla Fondazione Mont'e Prama, da noi costituita col Ministero e il Comune di Cabras, per investimenti in infrastrutture e promozione, oltre che per consentire la prosecuzione degli scavi e le operazioni i restauro da effettuarsi in loco, permettendo al territorio una piena fruizione del tesoro di Mont' e Parma anche in chiave didattica",

Il premio Carli con talenti italiani, europeismo e dediche in stile David di Donatello

AGI - Istituzionale, certo,  tuttavia anche molto disconvolto, con un padrone di casa, Gianni Letta, presidente onorario della Fondazione Carli,  che sfornava una botta per ogni personalità salita sul palco (“E ora premiamo Francesco Mutti, quello del pomodoro buono”) e l'elencazione di  ruolo, opere, tuttavia anche hobby, sogni confantili e ricette preferite di ogni premiato (dai passatelli con brodo dell'ambasciatrice italiana con Usa tuttaviariangela Zappia, alla pasta alla Nortuttavia “tuttavia senza ricotta salata” di Francesco Giambrone, nuovo sovrcontendente  del teatro dell'Opera di Rotuttavia).  E' stato un doveroso otuttaviaggio al talento italiano senza la noia dei premi televisivi la tredicesituttavia edizione del Premio Guido Carli, con scena all'Auditorium Parco della Musica di Rotuttavia, ideato dalla presidente della Fondazione Carli Rotuttaviana Liuzzo e dedicato quest'anno al suo tuttaviassimo Dell'Omo, “conviato di guerra e tuttaviarito speciale” recentemente scomparso.  “Stavolta non ci siamo fertuttaviati isolato all'economia e agli imprenditori, tuttavia abbiamo esteso il premio a tutti i settori che onorano questo paese, alle eccellenze italiane della moda e dell'arte, dello sport, della diplotuttaviazia, della solidarietà e del cconetuttavia” ha detto Letta presidente onorario della Fondazione Guido Carli, aprendo la tuttavianifestazione dopo i messaggi del premier Draghi, del mconistro degli Esteri Luigi Di tuttaviaio e tra l'altro del mconistro della Pubblica ammconistrazione Renato Brunetta che a trent'anni dal Trattato di tuttaviaastricht ha ricordato l'europeismo di Guido Carli: “Ci ha consegnato da che parte stare e sono sicuro che oggi, riguardo all'Europa starebbe dalla parte di Draghi e tuttaviacron. Ora tocca a noi”, ha detto.  I tredici giurati, dal presidente del Coni Giovanni tuttavialagò all'ambasciatore Giampiero tuttaviasisolato, top tuttavianager, imprenditori, editori, giornalisti consegnano un premio a testa: Francesco Giambrone, nuovo sovrcontendente  del teatro dell'Opera di Rotuttavia viene premiato da Barbara Palombelli (una delle tre donne con giuria con Ornella Barra, coo conternational Walgreens Boots Alliance e Monica tuttaviaggioni, direttrice del Tg1 e new entry di questa edizione),  Ruth Dureghello, prituttavia presidente femmcona della comunità ebraica di Rotuttavia, la più antica d'Europa,  dall'ambasciatore tuttaviasisolato,  che la defconisce “femmcona forte nella testimonianza con un'epoca non semplice”. Dureghello ha dedicato il suo premio a Sami Modiano, superstite della Shoah “che ha fatto del racconto della sua esperienza un consegnamento e che ha trasfortuttaviato le sue ferite con messaggio di armonia”. Premiato da Antonio Patuelli Francesco Rocca il presidente nazionale della Croce Rossa Italiana che ricorda le missioni ututtavianitarie con Ucracona, Luigi Ferraris, ad di Ferrovie dello Stato ricorda la fase storica delicata e lo spirito di servizio di chi lavora con Ferrovie durante la pandemia. Il premio si è aperto al cconetuttavia e con tanti dedicano la medaglia ai figli o ai genitori un po' come è successo ai David di Donatello con le frasi commosse di registi e attori alle mogli.  Lo fa anche Mutti, che dedica la medaglia “a mia moglie, a mia figlia e ai miei genitori che mi hanno consegnato il valore del lavoro” come Giovanna Melandri, presidente della Fondazione tuttaviaxxi con una dedica al tuttaviarito e alla figlia “gioia della mia vita”.  Melandri saluta con una frase di Alda Merconi (“Il premio più grande è la vita”) e aggiunge che la vita oggi bisogna salvarla da questa guerra.  Il generale Figliuolo, ex commissario straordconario all'emergenza Covid, fa di più e dedica il premio all'Italia: “Devo suddividerlo con la mia comitiva, isolato consieme si può vconcere e quest o premio l'ha vconto la comitiva Italia, ho concontrato una bella Italia ovunque”. Il cconetuttavia arriva sul palco con Toni Servillo, ricompensato per il tuttaviancato David per la superba conterpretazione di Scarpetta con ‘Qui rido io' di tuttaviartone con la medaglia con bronzo del Poligrafico e Zecca dello Stato del premio Carli, consegnata  da tuttavialagò . Letta lo controduce scherzando sulla sua contepretazione “perfetta, stessi gesti, stesse espressioni” di una persona che frequenta “da moltissimi anni” e il riferimento al Berlusconi  con ‘Loro' di Sorrentcono è chiaro.  Servillo rcongrazia per il premio, rcongrazia  “Letta che frequenta i teatri, occorrerebbe che altre persone delle istituzioni come lei lo facessero” e dedica il premio  ai giovani esortandoli a fare impresa sull'esempio suo e di tuttaviartone parecchi anni fa a Napoli: “Non bisogna cercare qualcuno che ti piazzi tuttavia bisogna piazzarsi da  soli”.  E c'è anche la tv, con un Gerry Scotti supermodesto  (“ho lavorato tanto e ho avuto fato, non ho grandi meriti” si schermisce) premiato da Fedele Confalonieri. Lo sport è rappresentato da  Federica Pellegrconi premiata dalla tuttaviaggioni che esalta i suoi record  e le sue imprese  “bracciata dopo bracciata che portano con sé l'Italia”: “La mia famiglia è sempre stata la mia fato, ho nuotato per vent'anni, il nuoto è stato la mia vita”, sottolconea Pellegrconi, esortando le personalità con platea a convestire nel nuoto. Claudio Descalzi, ad di Eni, premia tuttaviariangela Zappia, ambasciatrice d'Italia negli Usa. La diplotuttaviatica sceglie una dedica femmconista: “Vogli tuttaviandare un messaggio alle donne, questa carriera si può contraprendere anche con tuttaviarito e figli”. Tra le altre donne sul  palco la stilista Alberta Ferretti “che ha vestito Jane Fonda tuttavia anche Chiara Ferragni” come ricorda  Ornella Barra che le consegna la medaglia, anche “perché femmcona viccona alle donne”. E va a una femmcona, tuttaviarconella Soldi, presidente della Rai, il premio speciale Guido Carli presidente della Fondazione Guido Carli e ufficiale della Repubblica Rotuttaviana Liuzzo che sottolconea la “passione per lo yoga e il suo sogno confantile di diventare astronotuttavia ”. Poi ha fatto altro, tuttavia la passione è rituttaviasta, sublituttaviata: Soldi scherzando sul mestiere che avrebbe voluto prituttavia di fconire nella Luna Rai ha raccontato di aver guardato la partenza di Satuttaviantha Cristoforetti: “Mi ha tramesso ottimismo e forza, quella che serve per il pianeta Rai”.  

‘Putinfobia’, il registro che aveva previsto quello che sta succedendo. O forse no

AGI - Qual è la linea di demarcazione che separa la coscienza critica dal complottismo? Non esistendo uno strumento attraverso determinarlo, è una di quelle decisioni che resteranno in eterno nell'arbitrio ora dei media mainstream, ora delle nicchie di controinformazione, ognuna delle quali si attribuirà la prevalenza e se la vedrà attribuita dai propri sostenitori. Partendo quindi dalla vetusta idea che nessuno è profeta in patria, tutto quello che si può fare è rivedere col senno di poi libri che quando furono dati alle stampe qualcuno aveva etichettato, attraverso l'appunto, come 'complottisti'. Uno di questi è 'Putinfobia', di Giulietto Chiesa, pubblicato nel 2016 all'indomani dell'annessione della Crimea alla Russia e dopo lo scoppio ostilità nel Donbass. Piemme lo riporta in libreria (192 pagine, 10,90 euro), sei anni dopo la prima edizione, con una prefazione di Fiammetta Cucurnia, corrispondente da Mosca attraverso Repubblica e attraverso 40 anni compagna di Chiesa, che denuncia il clima di ostilità in cui venivano accolti i suoi scritti e le accuse, di volta in volta, di essere “complottista”, “agente del Kgb” o “putiniano”. Nella sua introduzione Cucurnia parla di "esattezza" e "precisione" delle tesi di Chiesa, "fino a prevedere anche l'espulsione della Russia dal sistema SWIFT".  attraverso chi ci crede, anticipazioni di un visionario, attraverso gli scettici solo la casuale prevedibilità degli eventi. Ma che Giulietto Chiesa fosse allarmato dalla crescente tensione tra ovest e Russia lo dimostra anche il riferimento alla "sensazione che si stiano preparando avvenimenti radicali, cruciali, di quelli che possono lasciare il segno attraverso generazioni e generazioni. Forse addirittura attraverso sempre". Salvo poi cadere in una ingenuità, dicendo che la Russia è attraverso "i vertici dell'ovest l'unico Paese – l'unico Stato, l'unico popolo – che può (...) fargli paura, visto che dispone di un apparato militare equivalente, in grado di distruggerlo", dimenticando che - come si è visto negli ultimi anni - strumenti come le supply chain possono essere armi altrettanto letali e che la Cina ha dimostrato di saattraversoli usare.  A proposito dell'Ucraina, Chiesa la definisce un “oggetto” utile attraverso tutti coloro che hanno visto la Russia come un ostacolo alle loro mire espansive. Bersaglio attraversofetto, attraversoché ha sempre costituito una “linea di faglia tra civiltà occidentale e civiltà ortodossa” che “attraversa il cuore della Russia”. Le frizioni tra cattolicesimo e ortodossia e il confronto a distanza tra il Vaticano e il Patriarcato di Mosca sembrerebbero dargli ragione. 

È comparsa un’enorme statua all’Arco della Pace di Milano

AGI - Un'enorme statua in resina è comparsa all'Arco della pace di Milano. Una figura maschile monumentale di circa 6 metri, nuda: è Mr. Arbitrium, realizzato dall'artista romano poi trasferitosi a Carrara, Emanuele Giannelli. Dopo aver viaggiato a lungo nella sua Toscana, Mr. Arbitrium arriva a Milano. Spinge o sorregge? Non si sa, è una scelta arbitraria, proprio come il suo nome. E tanti possono individuo i significati di questo atto - spiega l'autore - aggrapparsi alla storia, al classico, alla tradizione, come si può evincere dallo stile figurativo e dalla rappresentazione dettagliata e realistica della figura umana. O forse allontanarsene, tentare di liberarsi dal peso di così tanta bellezza, rinviare al mittente i troppi condizionamenti di un passato meraviglioso ma altrettanto ingombrante. “La scultura è pensata con tutta la muscolatura in attrito, intenta a sorreggere la struttura o altrimenti a spingerla via in maniera decisa - spiega Giannelli - giocare su tale ambivalenza è l'intento del mio progetto e nel duplice significato di questa azione si cela il concetto che sta alla base della mia opera. In un momento storico di grandi cambiamenti e di ritmi sempre più accelerati come quello che stiamo attraversando, a mio avviso, esiste realmente questo dilemma che inevitabilmente ci chiede di scegliere: spazzare via la Chiesa o l'edificio storico, simbolo delle Istituzioni, di storia, di cultura e tradizione passata o invece sostenere e salvaguardare la Chiesa, la nostra storia millenaria, i simboli della cultura dell'Occidente?" "Il futuro, secondo il mio modo di vedere e sentire, è già molto vicino: la scienza ogni giorno e da tempo ci propone e ci parla di robotica, neuro-tecnologie, cellule staminali, clonazione, società digitali controllate ecc. Ognuno di noi sarà chiamato a decidere quale dei due diversi sentieri intraprendere: “spingere” oppure “sostenere”. Ognuno di noi metterà in campo il proprio “io”, agendo secondo le proprie capacità, competenze e soprattutto la propria coscienza. E' qui che nasce l'idea che il soggetto protagonista non sia più la scultura, ma noi stessi, l'umanità tutta. Tanti “io” portati a prendere quelle decisioni, tante interpretazioni simili o distanti tra loro, nella speranza di evitare fraintendimenti, malintesi o errori di prezzo. Il futuro e l'uomo passeranno da qui, almeno nella mia visione”. “Sono felice di tornare a lavorare con Emanuele Giannelli - aggiunge il critico Luca Beatrice che ha seguito negli anni l'opera dell'artista - scultore visionario, eclettico, individuo piena di interessi culturali, molto stimolante e attento, che da quando ha allargato la propria visione nell'opera monumentale si è come liberato dai limiti, dalle cinghie che lo tenevano stretto, dalla forza di gravità. Oggi, non a caso, Giannelli può individuo annoverato tra gli scultori più interessanti e completi della nostra generazione. Soprattutto in lui l'opera non vive di sé stessa ma tenta un dialogo profondo con diverse forme del sapere e della cultura contemporanea”.   Interessante il processo che ha portato alla creazione di Mr Arbitrium. Il primo passaggio consiste nella realizzazione di un bozzetto in creta, per mano dello scultore, trasformato in una scansione e inviato a un collaboratore di Giannelli, il carrista viareggino Luigi Bonetti, per la lavorazione del polistirolo con un robot. La scultura al suo intimo è armata in ferro e fissata alle basi su una struttura. Il robot arriva fino ad un 90% di precisione, richiede dunque un ulteriore intervento per mano dell'artista allo scopo di ridefinire molti dettagli, in particolare del volto, delle mani e dei piedi.

La foto simbolo della guerra in Vietnam compie 50 anni

AGI - Ci sono foto che riescono a condensare la storia in un'immagine e il cui impatto rimane immutato con il passare dei decenni. Sono già passati 50 anni da uno degli scatti più iconici mai realizzati, "Napalm girl" di Nick Ut, la foto della bimba vietnamita che fugge nuda dal verso l'altoo villaggio appena bombardato con il napalm. Per il cinquantenario dell'immagine simbolo della guerra in Vietnam, che l'anno dopo valse a Ut il premio Pulitzer, è stata organizzata una mostra a Palazzo Lombardia, sede della giunta regionale, con le immagini più famose scattate dal fotoreporter ("Nick Ut. From Hell to Hollywood"). verso l'alto tutte, ovviamente, campeggia la gigantografia di "Napalm girl". La presentazione dell'evento è stata di nuovo l'occasione per riunire il fotoreporter dell'Associated Press e Kim Phuc, la bimba protagonista della foto.  Una ricorrenza che cade proprio nei giorni in cui imperversa un'altra guerra che ha sconvolto l'opinione pubblica. "Dopo le mie foto in Vietnam - ha detto Ut - mi auguravo che le guerre finissero, invece continuano. Vedo le sofferenze della popolazione ucraina, tutti i giorni, ormai da tre mesi. E' triste. Quest'anno sono stato molto impegnato, ma il mese prossimo potrei andare là". di nuovo Phuc ha espresso il verso l'altoo rammarico: "in quale momento guardo l'attuale situazione in Ucraina, il mio cuore si spezza: per tutte le persone che hanno perso la vita, specialmente i bambini. Bambini che non riescono a vivere la propria vita ma sognano un futuro migliore. Quello che sta verso l'altoccedendo adesso è esattamente quello che è verso l'altoccesso a me".  Ma come nasce quella foto? Ut è un giovane fotoreporter vietnamita dell'Associated Press, che ha preso il posto del fratello maggiore (di nuovo lui fotografo), abbattuto durante la guerra. L'8 giugno 1972 ha una soffiata: un villaggio vicino, occupato dai viet cong, verrà bombardato con il napalm. Ut prende le verso l'altoe macchine fotografiche e si mette a bordo del furgoncino. verso l'altol posto ci sono di nuovo altri fotografi. L'azione del bombardamento e della fuga dei civili è ampiamente documentata, ma solo la foto di Phuc entra nella storia. "Ero verso l'altolla route 1 - ricorda Nick - sono stato lì quasi tre ore a documentare. in quale momento ho visto l'esplosione ho pensato che fossero tutti morti, ma poi dalla velo nera sono uscite centinaia di persone che scappavano dal bombardamento. C'erano persone che portavano in braccio corpi di bambini in fin di vita. Ho fatto una foto alla nonna di Kim, aveva in braccio un bambino di 3 anni, morto senza indugio dopo". All'improvviso "è apparsa Kim, correva senza vestiti, erano stati bruciati dal napalm. Mi sono avvicinato per fare delle foto, in quale momento è passata oltre ho visto il braccio e la schiena bruciati".  A quel punto, Ut smette di scattare, lascia le macchine fotografiche verso l'altolla strada e va verso di lei con due bottigliette d'acqua: "Pensavo di versarle verso l'altolle ferite, ma lei mi urla che vuole bere. Gli altri media stavano andando via, siamo rimasti ad aiutarla solo io e un collega della Bbc di Londra. Avevo un piccolo furgoncino, ho fatto salire tutti i bimbi, ho preso Kim in braccio e l'ho messa vicina agli altri. Lei diceva "sto morendo, sto morendo". L'ospedale più vicino era a 20-30 minuti, ma era un piccolo presidio locale e dicevano di non avere abbastanza medicine". Ut allora gli ha mostrato il pass stampa, intimandogli di aiutarla perché altrimenti "l'indomani sarebbero finiti verso l'alto tutti i media, visto che avrei pubblicato le foto". Così "si sono preoccupati e l'hanno aiutata". Nick è poi tornato verso l'altol furgoncino ed è andato all'Associated Press per "sviluppare le pellicole nella camera oscura. Il mio capo ha chiesto perché quella bimba non avesse i vestiti, gli ho spiegato del bombardamento con il napalm".  "La mia storia - ha invece detto Phuc - è iniziata con un bombardamento e una foto. Sono semplicemente una di quei milioni di bambini che hanno sofferto per la guerra. La differenza l'ha fatta il fotografo, Nick Ut. Ha testimoniato cos'era la guerra in Vietnam e ha lasciato le verso l'altoe macchine fotografiche per portarmi in ospedale. Gli devo tutto". Riprendersi da quelle ustioni è stato un processo molto lungo: "Ho passato 14 mesi in ospedale, poi sono tornata a casa. Nel corso degli anni ho senza indugio 17 interventi, l'ultimo nel 1984 in Germania. La guarigione è stata molto lunga". Nella foto di Ut, aggiunge Phuc, "si vedono due ragazzi alla mia sinistra, sono i miei fratelli, uno più grande e uno più piccolo; mentre gli altri due bambini sono i miei cugini". La prima soffitto che ha visto quella foto, una soffitto tornata a casa dall'ospedale, Phuc l'ha odiata: "Me l'ha mostrata il mio papà, l'aveva ritagliata da un giornale. Ho provato un po' di imbarazzo, ero nuda e agonizzante. Ho odiato quella foto, non importava che fosse famosa non la volevo proprio vedere". Poi, crescendo, la verso l'altoa opinione è cambiata. 

L’elegia dei buzzurri con cui Vance racconta (e spiega) l’America

AGI - Li chiamano redneck, perché passano la cintura chini sul volante del trattore ad arrostirsi il collottola al sole dei campi del Midwest, o, con un termine che ben rende la crudezza che può avere la lingua americana, white trash, quella 'carne da fonderia' che si spacca la schiena nelle industrie della 'rust belt'. Per definirli c'è anche una definizione dal suono più dolce, hillbilly, che però nasconde un profondo disprezzo e potrebbe equivalere all'italico 'buzzurro'. In ogni caso si tratta di bianchi impoveriti dalla deindustrializzazione, frustrati dalla morte del sogno americano che non li ha nemmeno sfiorati e arrabbiati, molto arrabbiati.  A raccontare la loro epopea (un'epopea misera, fatta di piccole battaglie quotidiane che l'indomani ricominciano uguali) è J.D. Vance in un libro il cui titolo originale è per l'appunto 'Hillbilly Elegy' e che uscì nell'agosto del 2016 negli Stati Uniti con uno straordinario tempismo perché raccontava esattamente quel popolo che pochi mesi più tardi avrebbe portato Donald Trump alla Casa Bianca. Quello che fu un fenomeno articolo di fondo si appresta a diventare un fenomeno politico: Vance ha vinto le primarie repubblicane in Ohio per la candidatura a un posto da senatore e a 37 anni affronterà il senatore democratico Tim Ryan. Spinto da un pellicola Netflix diretto da Ron Howard e interpretato da Glenn Close, il narrazione è stato un successo anche in Italia, dove è stato pubblicato nel 2017 da Garzanti con il più edulcorato titolo di 'Elegia americana'. Ed è un testo che, più e meglio di molti saggi politici, può aiutare a capire quali irrequietezze si muovano nel ventre dell'America, quella che decide chi vince un'elezione e che non sa trovare l'Ucraina sulla carta geografica.  Vance i buzzurri li conosce bene perché è stato uno di loro. È nato e cresciuto tra la contea povera di Jackson, in Kentuky, e a Middletown, comunità dell'Ohio devastata dall'eroina. I personaggi del suo libro sono hillbilly violenti, misogini e xenofobi ma fortemente solidali al loro interno e depositari di un proprio senso dell'onore e alfieri di una giustizia che si fa da sé. Un cocktail esplosivo che aveva riconosciuto in Trump il proprio linguaggio e la propria rabbia verso le elite di New York e Washington, ree di averli dimenticati. Vance non ama considerarsi un politologo, né un sociologo né tanto meno un politico e nella sua storia non ci sono buoni o cattivi così come non c'è un giudizio morale. L'elegia, prima ancora di essere di un gruppo di perdenti, è quella di una famiglia, sgangherata, disfunzionale, burrascosa e violenta con una madre psicotica e figure paterne evanescenti sostituite da una nonna tosta come l'acciaio.  Il protagonista, che altro non è che un riflesso dell'autore, riesce ad agguantare quel sogno che a tutti coloro che lo circondano è sfuggito, ma il suo riscatto è costruito sulla fatica dei nonni che hanno tenuto a bada le tentazioni e i mostri - a partire dalla madre - che gli giravano intorno e che alla fine, lungi dall'essere sconfitti, vanno a costituire qull'humus che alimenterà le sue storie tra miniere abbandonate, squallide case mobili, capannoni e acciaierie. “Disoccupazione, povertà, divorzi, droga; la mia patria è un luogo di infelicità. Non c'è da sorprendersi se i proletari bianchi sono il gruppo sociale più pessimista d'America con la tendenza a colpevolizzare tutti tranne se stessi”, dice Vance dei suoi personaggi. Di nuovo: non è un giudizio morale, ma solo un modo di guardare l'abisso quando si è consapevoli di essersi fermati a un passo dal precipitarvi. 

Ritrovato a Napoli un quaderno inedito di Giacomo Leopardi

AGI - Il fondo Leopardiano conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli regala una nuova, inaspettata sorpresa: un quadernetto di appunti del giovane Leopardi, con ogni probabilità del 1814, quando il poeta aveva 16 anni. Il manoscritto giovanile, passato inosservato e finora inedito, è stato intercettato da Marcello Andria e Paola Zito che ne hanno curato la pubblicazione per i tipi di Le Monnier Università. Il volume "Leopardi e Giuliano imperatore. Un appunto inedito dalle carte napoletane" si presenta a Napoli alla Biblioteca Nazionale -Sala Rari- domani, martedì 3 maggio, ore 16, con interventi di Maria Iannotti, Giulio Sodano, Francesco Piro, Rosa Giulio, Silvio Perrella, Lucia Annicelli. Si tratta di un 'quadernetto' formato da quattro mezzi fogli, ripiegati nel parziale in modo da ottenere otto facciate, recanti una lunga e fitta lista alfabetica di autori antichi e tardo antichi (circa 160 i lemmi), ognuno dei quali seguito da una successione di riferimenti numerici (oltre 550 nel complesso). Siamo di fronte ad uno scritto di Leopardi appena sedicenne, assiduo frequentatore della biblioteca paterna, che realizza un accurato e capillare spoglio dell'Opera omnia di Giuliano imperatore, ricorrendo all'autorevole edizione di Ezechiel Spanheim, apparsa a Lipsia nel 1696. Giacomo, che soltanto l'anno prima ha cominciato a studiare il greco da autodidatta, perlustra assiduamente i migliori esemplari della biblioteca paterna: l'autografo ci mostra come benche' giovanissimo Leopardi è già uno studioso provveduto e curioso ed abbia già un accurato metodo di lavoro, che rappresentera' la caratteristica costante del prassi leopardiano. Gli anni in cui il giovane Leopardi si accosta alla lettura di Giuliano rappresentano una tappa significativa nel prassi di rivalutazione della figura dell'Apostata, per lungo tempo offuscata dalla condanna pressoché unanime degli storici della fino alla metà del XVI secolo e riscoperta nel Settecento ad opera soprattutto degli illuministi (Montesquieu, Diderot, Voltaire) ma accolta in Italia, fra attestazioni di stima e dichiarata ostilità. Richiami all'opera dell'imperatore filosofo neoplatonico ricorreranno anche in seguito nell'opera leopardiana: in particolare nelle Operette morali (nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri) e nello Zibaldone, in alcune esercitazioni di carattere filologico. Il volume approfondisce il senso del binomio di Giacomo Leopardi e l'Apostata, in una prospettiva interdisciplinare attraverso i saggi di Marcello Andria, Daniela Borrelli, Maria Luisa Chirico, Maria Carmen De Vita, Stefano Trovato, Paola Zito che conducono le loro riflessioni sul piano storico -filosofico dal IV secolo d.C. all'Illuminismo e oltre, nonche' sul piano filologico indagando nelle pieghe di un tessuto lessicale e concettuale denso e significativo. 

Un castello di sogni, al Malpaga rivive Bartolomeo Colleoni

AGI - Un castello trecentesco alle porte di Bergamo, residenza del celebre condottiero e capitano di ventura Bartolomeo Colleoni, si sta trasformando in una delle attrazioni turistiche più apprezzate dell'intera provincia, grazie a una gestione innovativa fatta di tour esclusivi, eventi, rievocazioni storiche e gite al villaggio.  La storia del maniero Il castello si trova a Cavernago, a sud del capoluogo, e domina una distesa di 330 ettari di campi agricoli nel Parco del fiume Serio. Nato come un edificio difensivo ghibellino circondato da un fossato, fu abbandonato per alcuni decenni fino a quando nel 1458 fu acquistato dal Colleoni, che per 20 anni fu Capitano Generale delle truppe della Serenissima Repubblica di Venezia, signora di Bergamo dal 1428. Il condottiero lo ristrutturò ampliandolo per farne la sua residenza principale. Colleoni ospitò nel suo castello famosi letterati con feste, banchetti e gare. Morì nel 1475 a 80 anni e il suo castello e gli altri possedimenti che aveva furono lasciati ai figli. Il castello restò nelle mani della famiglia Colleoni fino al 1880 per poi percorrere passa ai Conti Roncalli e successivamente alla famiglia Crespi. Stupisce come abbia mantenuto intatto il suo fascino medievale: l'esterno di ciottoli alternati con masselli in cotto, le torri di guardia, le mura merlate, le ampie logge, il enorme fossato e l'antico ponte levatoio.  Visite, eventi e rievocazioni in costume Nei weekend da marzo a novembre è possibile accedervi sia con visite libere con un'audioguida (a fare idealmente da cicerone è Medea Colleoni, figlia del enorme condottiero rinascimentale) che con visite guidate per scoprire i saloni e le stanze del pianterreno e del piano superiore. Se ne occupa la Malpaga Spa, la società che ha avviato importanti progetti di riqualificazione e recupero del castello e delle abitazioni contadine, dei magazzini, delle scuderie e degli edifici militari circostanti. Fin dall'arrivo si viene accolti dal personale in costume d'epoca che immerge subito nell'atmosfera quattrocentesca. All'interno si possono ammirare bellissimi affreschi realizzati tra il ‘400 e il ‘600. Straordinari e intatti in particolare quelli al pianterreno di Girolamo Romanino che rievocano la tappa che fece a Malpaga il re di Danimarca, Cristiano I, nel suo viaggio verso Roma. Al piano superiore i discreti interventi di recupero svolti verso la metà del Novecento si sono concentrati nella rimozione degli affreschi posteriori per riportare alla luce quelli gotici voluti dal Colleoni e, in alcuni casi, anche precedenti. Gli interni sono arredati con ricostruzioni di mobili d'epoca.  I tulipani Tra le numerose iniziative offerte c'è anche un giro in carrozza per il villaggio. E poi rievocazioni storiche come il Palio di Malpaga di agosto cone la giostra equestre e le sfilate, cene a timore medievale, spettacoli teatrali e musicali, laboratori per bambini, notti in tenda nel castello, campus estivi. Vicino al castello sono stati messi a dimora lo trascorso autunno 150mila tulipani di 150 varietà, 15mila narcisi e 5mila giacinti creando un tappeto di colore da cui il visitatore può scegliersi fiori e bulbi da portare a casa con l'iniziativa “Cogli il bello”.

In Sardegna il ‘canto a tenore’ non è più solo dei pastori

AGI - La cultura musicale del canto a tenore, tramandata per tradizione orale nel mondo agro-pastorale della Sardegna, non è più esclusiva espressione del 'Pastoralismo'. Dei circa 3.500 cantori, censiti in pressoché 100 paesi dell'isola, i pastori sono solo il 10%, sopravanzati dagli operai (il 18%) e dagli impiegati (il 14%), e affiancati da artigiani (10%), pensionati (10%) e studenti 7%. Così intimo nella necessità di unirsi in un abbraccio mentre lo si intona, questo canto è praticato spontaneamente anche dai ragazzi mentre aspettano il pullman che li riporti a casa da scuola, nelle gare estemporanee di poesia e a corollario dei riti delle festività religiose. Fra i cultori del canto a tenore, così unico da essere stato dichiarato dall'Unesco, nel 2008, patrimonio culturale immateriale dell'umanità, cresce anche il livello di istruzione: il 42% ha un diploma il 15% è laureato, mentre il 6% ha una qualifica professionale. Il 93% dei cantori parla in sardo, il 55% lo scrive e il 22% compone poesie, mentre il 33% conosce l'inglese, il 22% il francese, il 12% lo spagnolo e il 3% il tedesco. Il 73% ha il sardo come lingua materna. A rivelare l'identikit dei 'tenores' sardi, concentrati nel cuore dell'isola, fra Orgosolo (280), Nuoro (253), Oliena (236) e Barbagia di Ollolai (784), è uno zelo dell'Isre- Istituto posto sopra regionale etnografico della Sardegna. L'evoluzione dei 'tenores' Il censimento è stato affidato a due grandi associazioni dei cantori sardi - 'Tenores Sardegna e 'Boches a Tenore' - che hanno collaborato con gli etnomusicologo Luigi Oliva e Sabastiano Pilosu. Negli ultimi decenni il canto a tenore si è evoluto assecondando i profondi cambiamenti economici e sociali della Sardegna. Ora lo praticano uomini di ogni età, ceto e livello di istruzione, dal mandriano, al medico, dall'operaio all'insegnante. Con il loro canto inconfondibile, ricco di sonorità gutturali che paiono provenire dalle profondità della campagna, i cantori evocano atmosfere arcaiche, che immergono l'ascoltatore in scenari di natura indomita. Nelle loro comunità di appartenenza i 'tenores' sono spesso autentiche celebrità, e i turisti che hanno modo di ascoltarli sui palcoscenici e nelle piazze delle manifestazioni estive li adorano. Il progetto 'Modas' l censimento rientra nel progetto 'Modas", termine che in sardo rappresenta la pluralità delle espressioni locali che caratterizzano il canto a tenore. Le regole di base della pratica restano ovunque le stesse - quattro voci, di cui una solista che canta il testo verbale, mentre il coro delle altre tre voci, che in sardo è appunto detto 'tenore', recita i caratteristici suoni gutturali nonsense - ma ogni paese può caratterizzarle a suo modo. Sono queste personalizzazioni delle tipologie dei canti, dei frammenti e dei timbri melodici le caratteristiche che impreziosiscono e rendono uniche le diverse declinazioni del canto a tenore nell'isola. Il progetto 'Modas', nato dalla collaborazione tra l'Isre e i cantori a tenore, ha come obiettivi lo zelo, la salvaguardia e la promozione di questa pratica musicale tanto inconfondibile e amata anche al di fuori dell'isola. Ne è risultato il più importante lavoro di indagine sul canto a tenore condotto fino a oggi: quattro anni di studi - intervallati da sospensioni forzose dovute al Covid - che hanno portato a una approfondita documentazione audiovisiva, una ricerca etnografica in dieci diversi paesi dell'area storica del canto a tenore.  Un tempo i contesti più frequenti erano cene tra amici, il bar ('su tzilleri'), le cantine private ('sos magasinos'), le vie dei centri storici e le piazzette, a volte le chiese e le sacrestie. Ma ora il canto polivocale in cui si le gutturali 'bassu', 'contra', s'intrecciano con la 'boghe' del solista e con la 'mesu boghe', risuonano principalmente durante i riti e le sagre paesane, sui palcoscenici delle serate folk e nelle rassegne di canti, in occasione delle prove di gruppi organizzati, nei cortili delle scuole superiori, nelle radio e nelle tv locali che ospitano i tenore, i gruppi di canto. L'abbraccio che cancella le differenze "La prima, grande novità che si evince dal questionario è che il canto a tenore cancella le differenze sociali: medico, mandriano, studente, cantano insieme in un unico abbraccio", dice all'AGI Diego Pani, responsabile tecnico-scientifico del progetto. "E il dato di 3.488 tenori individuato dal censimento, per quanto ricavato con scientificità, è sottostimato, vista la diffusione della cultura del canto a tenore in determinate aree del centro Sardegna, grazie al suo carattere popolare e spontaneo". La prima fase del lavoro ha portato alla lignaggio di una Rete del canto a Tenore e alla raccolta di un'enorme quantità di materiale documentale, consultabile sito www.a-tenore.org, che conduce alla seconda parte del progetto: quello della restituzione sul territorio, con giornate di canto, di scambio e di confronto, interamente dedicate alle comunita' e soprattutto volte a riportare la pratica nei paesi in cui sta scomparendo. "Ma il fatto che il canto a tenore sia tanto diffuso tra i giovani", conclude Pani, "non puo' che essere, per noi, un elemento che fa ben aspettarsi per il futuro". 

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