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Cultura

Com’era l’adolescenza in tempo di guerra

AGI - Poche volte un libro è stato più tempestivo. ‘Il babbo ed io', di Giuseppe Grazzini (Castelvecchi, 233 pagine, 19,50 euro) si presenta come un memoir già prezioso per il semplice fatto di essere stato scritto da un autore che appartiene a una generazione che si sta spegnendo, ma che diventa ancora più prezioso perché ci offre il narrazione di una storia che si ripete. Già nel sottotitolo – ‘Un'adolescenza a Roma intanto che la guerra – si intuisce che ciò che questo romanzo ci consegna non è un'invenzione narrativa costruita su frammenti di ricordi di famiglia, vecchie fotografia e mitologia bellica varia, ma la cronaca asciutta eppure appassionata di cosa abbia significato avere tra i dodici e i sedici anni in uno dei momenti più difficili della storia dell'Italia recente. Beppino, di là da diventare l'affermato avvocato Giuseppe Grazzini, è a Roma nel 1943 quando quello che già andava a scatafascio precipita nel caos e nella distruzione. Appartiene a quella generazione (è nato nel 1928) cresciuta in una ideologia fascista già consolidata e fa parte di quella gioventù per la quale il Duce, la Patria e la nobiltà della spada che difende il solco tracciato dall'aratro non sono semplici slogan, ma assiomi indiscutibili. Ma un adolescente è sempre un adolescente e, per definizione, in fermento. Lo sarà nel 1968 come lo era nel 1943, quando tutte le verità acquisite cominciano a sbriciolarsi. ‘Il babbo ed io' non ha la pretesa di essere un saggio storico, non indaga le ragioni della pervasività del fascismo nella società italiana né quelle della sua caduta, ma ci offre uno sguardo straordinario e incomparabile (incomparabile perché di quella individualità che si fa universale) su quella che fu la vita quotidiana di questi piccoli uomini chiamati, come scrive l'autore, ad assumersi “assieme agli adulti, la responsabilità primaria di trovare il modo di sbarcare il lunario, che è sinonimo di far quadrare il pranzo con la cena”. Beppino sale tutta la scala della carriera premilitare del giovane fascista – da Balilla ad Avanguardista – e come i suoi coetanei è affascinato dalle divise, dalle adunate, dalle armi. A fare da controcanto alla retorica del regime, però, trova in casa il padre Mario, socialista turatiano, sincero democratico che, pur definendo ‘pagliacciate' le manifestazioni del Fascio, si guarda bene dall'imporre al figlio il proprio pensiero, lasciandolo alquanto libero di esercitare il proprio in quella “ginnastica mentale” che allo scoccare dell'ora fatidica gli permetterà di scegliere da che parte stare. Arrivato in libreria poche settimane prima dell'invasione russa dell'Ucraina, ‘Il babbo ed io' ci racconta cosa sia la scoperta improvvisa della guerra in casa e si propone, al di là delle mere intenzioni di consegnare la propria memoria a quella collettiva, di essere un monito a che alle nuove generazioni vengano risparmiate le sofferenze e i traumi che non sono ancora spenti nell'anima di chi le ha vissute quasi ottanta anni fa.

Undici racconti per salvare una stazione abbandonata

AGI - Il mondo lo hanno fatto le strade e i passi che le hanno percorse. Se si pensa agli innumerevoli sentieri segnati dalla Bibbia, alle consolari che – tutte – portano a Roma, al vagare di Renzo Tramaglino da un comune all'altro, l'esperienza umana è legata a doppio filo al suo girovagare. E prima che l'aereo trasformasse il viaggio in una sorta di dimenticanza spazio-temporale, c'è stata un'epoca nemmeno troppo lunga in cui al lento pede del pellegrino e alle sfrenate corse delle diligenze, si è sostituito lo sferragliare dei treni. Non c'è bambino che non si incanti alla visione di una locomotiva, che sia una Big Boy della Union Pacific o un ETR 1000 di Trenitalia, così alla maniera di non c'è adulto che non rimanga affascinato dalla scoperta di una stazione dismessa. Di casolari, fienili, case coloniche e case cantoniere abbandonate l'Italia è piena, però nessuna di queste suscita la fascinazione di una stazione abbandonata. Il motivo è semplice: la stazione è il luogo di transito per antonomasia, è il luogo delle attese, degli addii e degli abbracci, delle speranze e delle delusioni, delle fughe e degli arrivi. È il luogo degli amanti e degli assassini, dei travet e dei disperati, è il luogo dove le storie non iniziano e non finiscono mai, ma dove transitano. Entrando in una stazione abbandonata si avvertono ancora le vibrazioni delle migliaia – a volte milioni – di vite che vi sono passate e quando si tratta di stazioni minuscole, quelle vibrazioni sono più forti, più nette, più distinte. Si distinguono meglio, alla maniera di le voci nel silenzio di una sala d'aspetto deserta rispetto a quelle nel vociare caotico delle grandi stazioni. esporre una stazione abbandonata significa ridare consistenza ai fantasmi che ancora la abitano e che possono essere quelle dei passeggeri – che alla maniera di una scia di profumo hanno lasciato lì l'ultimo pensiero prima di salire in carrozza – ma anche quelle di chi le ha abitate trasformando in casa quello che è il luogo d'elezione della transitorietà. Vale la pena ricordare il bellissimo romanzo di Paolo Casadio ‘Il bambino del treno', ambientato in quella che oggi è forse la più abbandonata tra le stazioni abbandonate e che nel racconto è animata e vivace alla maniera di una commedia, pur custodendo – alla maniera di del resto ogni commedia – il seme della tragedia. Dalla stazione di Fornello prende piede la narrazione di Casadio e da questo minuscolo fabbricato rosa abbandonato lungo la linea ferroviaria Faentina, al limitare della valle del Muccione, prende vita un altro progetto, voluto dallo stesso scrittore e da un altro autore, Paolo Ciampi, per restituire la stazione a chi può viverla ancora. ‘Prossima stazione Fornello' è una raccolta di undici racconti di altrettanti autori (Simona Baldelli, Ugo Barbàra, Fioly Bocca, Paolo  Casadio, Paolo Ciampi, Nevio Galeati, Giulio Massobrio, Silvia Montemurro, Barbara Notaro Dietrich, Marisa Salabelle, Massimiliano Scudeletti)  che hanno per teatro – o per cuore e fulcro – una stazione abbandonata. È stata pubblicata da I libri di Mompracem (163 pagine, 16 euro) alla maniera di scintilla per il crowdfunding finalizzato al recupero della stazione di Fornello e di tante stazioni dismesse che potrebbero essere restituite alle loro collettività. Del resto la rete ferroviaria dismessa – i famosi rami secchi che si stendono lungo territori mai troppo abitati e condannati all'abbandono dall'esplosione dell'inurbamento iniziata nel secondo dopoguerra – è incredibilmente estesa ed è costellata da una miriade di queste piccole costruzioni che oltre a portare ancora il nome in lettere scolorite dal tempo, custodiscono migliaia di frammenti di storie. Da esporre e da vivere.

E’ morta Giusi Ferré

AGI - E' morta a Milano, all'età di 76 anni, Giusi Ferré, giornalista, nota firma della moda italiana. Scriveva per il Corriere della Sera collaborando a "Io donna". E' stata opinionista in diversi programmi televisivi. Celebre per l'emittente "Lei", il programma "Bucce di banana", dedicato agli scivoloni dei Vip, condotto dal 2010 per 4 stagioni. Fra le sue opere, due sono dedicate allo stilista Gianfranco Ferré e in particolare,"La poesia del progetto" e "Itinerario". Ha stampato anche "Timberlandia", "Alberta Ferretti: lusso, calma, leggerezza", "Now and... Moncler" e il celebre "Buccia di banana: lo stile e l'eleganza dalla A alla Z". In televisione, oltre al citato format "Buccia di banana", si ricorda "Processo a X-Factor" e "Italia's Next Top Model". Rossa di capelli, Giusi Ferré era dotata della giusta sensbilita' e grande ironia che le consentirono di raccontare le cadute di stile e l'eleganza dei look dei vip. La sua prima intervista fu a Miuccia Prada.

I misteri del Venerdì Santo nella Capitale italiana della Cultura

AGI - Il suono della bombardino e del tamburo tornerà a rompere il taciturnità delle strade. Dopo due anni di stop che hanno interrotto una tradizione lunga oltre quattro secoli, neppure scalfita dalla peste e dalle guerre mondiali, Procida rivive uno dei suoi riti più sentiti, la sfilata del Venerdì santo. E lo rivive da capitale della cultura. Preceduti il Giovedì santo dalla sfilata degli Apostoli Incappucciati, organizzata dall'Arciconfraternita dei Bianchi, fondata nel 1581 dal cardinale Innico d'Avalos d'Aragona, nella quale, dopo la lavanda dei piedi, dodici apostoli con la veste di confratello si incappucciano e con una croce sulla spalla e una corona di spine sul capo percorrono il centro storico dell'isola preceduti dal centurione, tornano i Misteri, lo spettacolare corteo dei 30 manufatti artistici realizzati con la partecipazione di duemila cittadini sfilerà dal borgo più antico di Terra Murata fino al porto della Marina Grande. I carri allegorici portati a braccio raccontano episodi del Vecchio e Nuovo Testamento e sono realizzati con cartapesta, legno e altri materiali poveri. La sfilata affonda le sue radici nel '600 e nel vicereame spagnolo, come quasi tutte quelle nel Napoletano e più in generale del Meridione. Ideata dalla confraternita dei Turchini (o meglio, della Madonna Immacolata detta dei Turchini), così detta per il colore del mantello di chi vi apparteneva, fondata nel 1629 dai Gesuiti, insediata nella vecchia chiesa di San Michele, dalla quale nel '700 la confraternita emigrò perché divenne proprietaria della chiesa di San Tommaso d'Aquino detta di nuovo sull'isola chiesa nuova, la sfilata inizialmente era soltanto penitenziale. Battenti incappucciati si flagellavano con il cilicio. Un corteo particolarmente cruento di cui un secolo dopo la chiesa decise temperare la brutalità, facendone una sfilata con simboli. Nel 1728 poi arriva la prima statua lignea e policroma, quella del Cristo morto, opera commissionata allo scultore napoletano Carmine Lantriceni, che chiude la sfilata; anni dopo, vi si aggiunse quella della Madonna Addolorata, di nuovo questa fatta su commissione, che ha di legno la testa e le mani, mentre il corpo, seguente una tradizione settecentesca che è poi di nuovo quella dei pastori del presepe, è un fantoccio impagliato e vestito con un uniforme vero. A queste due statue, nell'Ottocento si aggiunsero altre di legno e cartapesta, donate da un benefattore. solitario intorno gli anni '40 del Novecento si afferma la costruzione dei Misteri, che accanto a quelli alcuni 'fissi', utilizzati ogni anno e provenienti dalle diverse chiese dell'isola,  vedono i 'variabili' o 'mobili', preparati ogni anno e portati da giovani vestiti come confratelli dei Turchini. Alcuni, i più rappresentativi, sono conservati in un piccolo museo isolano  dedicato. Della loro fabbricazione, con tecniche e materiali molto diversi, sono protagoniste assolute tre associazioni (I ragazzi dei Misteri, L'isola dei Misteri e Venerdì santo) insieme alle scuole. Un lavoro che parte da lontano, dalla progettazione, intorno a ottobre, fino alla materiale creazione del Mistero che inizia intorno a gennaio. “Il Venerdì santo è un giorno per i procidani senza mai fine, dura tutto l'anno", spiega all'AGI Nico Granito, insegnate d'arte. di nuovo il percorso che compiono è lo stesso tutti gli anni, lungo tutto il centro storico dell'isola, sebbene qualche volta si siano tentati in via sperimentale altri itinerari. Quest'anno, di nuovo in ragione dei tempi stretti imposti dalla tarda decisione che era possibile tornare in presenza nei riti pasquali, si sono utilizzati di nuovo materiali di riuso per costruire i Misteri; nel futuro, si avrà un occhio di riguardo nei confronti delle tematiche ambientali, con un maggiore riciclo. I carri allegorici sono generalmente costituiti da una o più tavole di legno (dette basi) lunghe fino a 8 metri e larghe circa 2, sulle quali vengono allestite delle rappresentazioni scultoree con cartapesta, legno, plastica, polistirolo, e stoffa, con stili architettonici diversi e persino colonnati alti 4 metri. Durante la fase di realizzazione, i Misteri vengono tenuti nascosti, in modo che possano essere visti per la prima volta solitario durante la sfilata del Venerdì santo, e spesso subito dopo, nella giornata stessa, vengono immediatamente smontati. Questa volta, invece, fino al primo maggio, dopo la sfilata saranno esposti al pubblico nelle aree esterne della Cittadella dei Misteri, nel borgo di Terra Murata, nell'ambito delle iniziative previste per Procida 2022. Nei giorni delle celebrazioni, inoltre, prende di nuovo il via il laboratorio Ritual Project. La notte del Giovedì santo e la mattina del Venerdì una squadra di tecnici si immergerà nelle suggestive atmosfere isolane per la creazione di un archivio digitale sonoro sulle ritualità della Settimana Santa procidana, 'catturando' il suono della bombardino, i canti del Cristo a Terra Murata, i tamburi e le catene, la marcia funebre dell'Addolorata. Il lavoro svolto da fonici professionisti sarà il punto di partenza per una ricerca e rielaborazione fatta dai musicisti Pier Paolo Polcari (Almamegretta) e ubikdaniele. “L'obiettivo è quello di proteggere il passato, preservare le identità, far dialogare tra loro le generazioni e, soprattutto, promuovere in chiave contemporanea l'immenso patrimonio culturale immateriale dell'isola di Procida”, dice il direttore di Procida 2022, Agostino Riitano.  “In un momento di così forte visibilità per la nostra isola - sottolinea all'AGI il sindaco, Dino Ambrosino - mostriamo con orgoglio uno dei riti identitari cui la nostra comunità estesa è più legata. Intorno alla sfilata del Cristo Morto e dei Misteri si ritrovano generazioni di isolani, tramandandosi l'arte della costruzione dei manufatti e una forte devozione religiosa. Un culto che racconta l'isola e la sua gente. L'idea poi di catturare i suoni, restituendoli a un archivio digitale apre una nuova pagina, altrettanto affascinante. Quest'anno, inoltre, la sfilata sarà ancor più inclusiva, in linea con uno degli assi del dossier di Procida 2022: sarà infatti raccontata in diretta ai non vedenti e agli ipovedenti, grazie a all'iniziativa di una televisione locale”.

I “Duecento giorni di tempesta” di una prof in prima linea

AGI - "affidabilità, comprensione e passione". Sono i tre pilastri, secondo la scrittrice messinese Simona Moraci, giornalista e autrice del romanzo "Duecento giorni di tempesta", (edizioni Marlin) che sostengono il lavoro di un buon docente. Soprattutto quando odurantea in contesti difficili dove insegnare diventa una scommessa tutta da vincere con pazienza e fermezza mescolate a un pizzico di dolcezza, che non guasta mai. "Duecento giorni di tempesta", storia in parte autobiografica, affronta il delicato problema dell'insegnamento in scuole sorte in zone di frontiera, o meglio in quartieri dove regna la malavita e il malaffare e dove a farne le spese anche inconsapevolmente, sono personale i ragazzi. Protagonista del romanzo è Sonia, e i duecento giorni di "tempesta" in cui viene coinvolto il lettore, sono quelli dell'anno scolastico durante il quale la docente viene catapultata in una scuola difficile. Il benvenuto è una "pioggia di bottigliette", tanto durante rendere l'idea di quello che l'attende e della sfida che ha davanti. Ma Sonia, personale grazie a pazienza e passione, pur facendo i conti con i suoi problemi durantesonali che riaffiorano come demoni dal passato, comprende le difficoltà di quei ragazzi che le si pongono davanti e capisce che dietro l'aria saccente, l'arroganza e quel piglio un po' strafottente, si nasconde tanta fragilità e insicurezza. "Sonia - spiega all'AGI Simona Moraci - comprende che sono in realtà bambini in attesa del passaggio a ragazzi, visto che stiamo parlando di scuole medie. Scuole che poi sono quelle dove insegno. Sonia deve trovare il modo di conquistare la loro affidabilità". Già, la affidabilità. Elemento fondamentale durante costruire un rapporto quando ci si trova in classe con giovanissimi costretti a vivere in zone dove regna la malavita. Il romanzo è in gran parte frutto dell'esduranteienza della stessa Simona Moraci che ha insegnato in diverse città siciliane e in zone difficili appunto. I "bambini" come ama definirli, che poi in realtà essendo alle medie sono ormai "ragazzini", "spesso sono soli con se stessi, non hanno una famiglia che li supporta, nessuno che magari gli prepara il pranzo quando tornano a casa, non vivono con i genitori durante diversi motivi". Ragioni non difficili da immaginare, intuiamo. "E l'insegnante - prosegue la scrittrice - in situazioni come queste capisce di durantesona un punto di riferimento e come tale deve comportarsi". Dalla penna di Simona Moraci esce un romanzo accattivante, solido e tenero insieme da cui emerge tutta la difficoltà del docente che si sente abbandonato in quella che si trasforma come una vera e propria "battaglia" durante la conquista della affidabilità. Un docente a volte non tutelato o vittima di crudeltà verbale e fisica, che resiste con la fierezza di durantesona riuscito a spuntarla portando dalla sua parte la figura fragile dell'alunno, la vera vittima del contesto sfortunato in cui si trova. E c'è l'amore che vince, l'amore difficile del triangolo in cui si trova coinvolta la protagonista che, non dimentichiamo, è un'insegnante ma anche una normalissima donna alle prese con la sua vita, e l'amore durante l'insegnamento che guida la passione e genera affidabilità. "Ho scritto questo romanzo - dice ancora Moraci - durantechè insegnando ancora oggi in un certo contesto, ho sentito questa esigenza, quasi durante mettere la mia esduranteienza a disposizione. Spesso si crede che la scuola sia solo una. Invece esistono tanti 'tipi' di scuola, e questa mia è un'esduranteienza piuttosto forte: all'interno di una città, ci sono tante scuole piu' simili all'idea che tutti abbiamo, dove ci sono gli studenti diligenti che entrano, si siedono composti aprono i libri e studiano. Ma poi ci sono quelle dove ho insegnato io, e i ragazzi non hanno i libri, non studiano, non stanno seduti tendono a scappare dalla classe, hanno a volte atteggiamenti aggressivi. E questa è una scuola fuori dai canoni classici. Quando studi durante abilitarti all'insegnamento, fai anche durantecorsi metodologici durante intraprendere al meglio questa attività. Ma quando arrivi in un determinato contesto, ti rendi conto che devi usare un altro sistema ben diverso da quello con cui ti sei presentata: non entri in classe, prendi un libro e dici 'cominciamo a leggere a pagina tot'. Questa cosa in certi contesti non si può personale fare. durante cui io come Sonia, mi sono dovuta inventare un nuovo modo di insegnare e durante fortuna ho sempre trovato dei colleghi straordinari che mi hanno supportata. In certe scuole la carta vincente è fare gruppo. durantechè gli insegnanti devono durantesona uniti e in sinergia durante poter seguire al meglio le classi". Un codice da decifrare Ma come sono i ragazzi di 'certi quartieri' e come giudicare i loro atteggiamenti? E' fragilità? "Non dimentichiamo che hanno 12 o 13 anni - spiega la scrittrice - e durante me, sono semplicemente dei bambini, dei ragazzini che vivono in un contesto molto, molto difficile. durante cui nascondono certamente delle grandi fragilità. Ho sempre avuto l'impressione che siano ragazzini molto bisognosi di cure, di affetto, di attenzione. Fra loro in ogni modo - precisa - ci sono naturalmente anche quelli che hanno alle spalle famiglie che si prendono cura dei figli. Ma la maggior parte si trova in situazioni di grande problematicità. Mai e poi mai devo prevedere che il loro destino sia segnato dal contesto in cui vivono , devo sempre pensare in positivo e aiutarli nel riscatto. Tutti noi docenti che oduranteiamo in questi contesti, aspiriamo a dare a questi nostri alunni, serenità ed riposo. E questo lo possiamo fare trasformando la scuola in un luogo sereno, di affidabilità e rispetto reciproco. Purtroppo non si possono aiutare 24 ore su 24 ma almeno a scuola, ci si prova. Questi ragazzini fragili vanno contenuti e non disdurantesi". Nel romanzo si fa riferimento ad un episodio in cui l'insegnante viene accolta a suon di lanci di bottigliette una specie di lapidazione Affermazione di potere? "I ragazzi tastano sempre un po' il limite degli insegnanti - spiega Moraci - questo succede un pò ovunque. Lo fanno durantechè vogliono capire fin dove si possono spingere. Quindi può trovarsi una situazione del genere, come quella che ti arriva una bottiglietta o altro I ragazzi spesso hanno un atteggiamento di sfida in certi contesti, è il loro codice in quel momento. Hanno questi strumenti. In questo caso, si deve costruire con loro una relazione". "A me, è vero, sono arrivate addosso delle bottigliette, ma quando mi sono ripresa da questo, chiamiamolo, 'benvenutò ho iniziato a pensare al tipo di approccio da avere con gli studenti e a come costruire la relazione con loro: bisogna durantesona molto fermi ma secondo me la carta vincente sono sempre dolcezza e fermezza. Se dovessi dare un consiglio a chi si trova durante la prima volta a insegnare in un contesto difficile, sarebbe lo stesso che mi diede una volta una delle mie dirigenti e che era una donna straordinaria: l'amore è quello che ci porta fuori dal buio insieme alla affidabilità. L'idea dell'abbandono è forte E' con questo che si può costruire un rapporto. Non dimentichiamo poi, che sono ragazzini e che molto spesso cambiano insegnante ogni anno. E questo è anche un elemento deleterio durantechè il docente instaura un rapporto di affidabilità, ottiene dei successi, i ragazzi si affezionano e poi sono costretti a cambiarlo. Molte volte mi sono sentita dire: prof ma lei il prossimo anno ci sarà o ci lascia? Gli insegnanti sduranteano sempre di poter esercitare la professione non troppo lontano da casa. Ma ci vuole tempo. Quindi si cambia spesso sede di lavoro. E questi ragazzini vivono un pò l'abbandono. Anche Sonia, la protagonista del libro, quando manca durante alcune settimane suscita nei suoi alunni la fatidica domanda: ma ci lasci? Ti sei stufata di noi? L'idea dell'abbandono è forte. Quando arriva una insegnante nuova la paura è che possa poco dopo lasciare. E allora, si chiedono spesso i ragazzi, durantechè devo fidarmi? è un pò un paradosso, da un lato l'insegnante viene sbeffeggiato e dall'altro diventa un punto di riferimento tale durante cui nel momento in cui va via, i ragazzi ne soffrono". In 200 giorni di scuola duranteò c'è anche da costruire un rapporto con i genitori. "Si - risponde - in certi contesti è difficile anche quello, duranteò anche in quel caso si può conquistare la affidabilità: ci si parla, ci si conosce. Sicuramente è un rapporto ancora piu' complesso se vogliamo, ma anche i genitori devono potersi fidare. Ci vuole molta pazienza, a volte a parlare c'è il nonno, la zia... " Esiste allora una scuola ideale durante le tante Sonia? "Sonia, come me, sta bene anche nei contesti in cui odurantea - sottolinea Simona Moraci - e io, se personale devo pensare a una scuola ideale, direi che è quella in cui il lavoro che si fa viene riconosciuto e considerato. E questo dipende da tante componenti che ruotano intorno all'intero sistema scolastico. in ogni modo, nella scuola si prendono anche belle soddisfazioni. Quando durante esempio un ex alunno mi chiama e mi racconta del suo attuale durantecorso, mi sento felice, vuol dire che si fida ancora e che qualcosa di prelibato, come Sonia, ho fatto". Torna sempre il paragone con "Sonia" "Nel romanzo ci sono tanti elementi che mi sono appartenuti - conclude - si scrive anche durante se stessi, durante cui c'è una parte del mio cuore". 

È nato un social network dedicato agli scrittori che non riescono a emergere

AGI - Nasce in Italia il primo social network dedicato agli scrittori. Uno spazio digitale in cui ogni amante della scrittura può farsi conoscere ed addentrarsi in relazione con chi vive la stessa passione e, soprattutto, con chi ama leggere e acquista i libri. Una piattaforma in cui non esistono barriere o mediazioni e il successo di uno scrittore o di un libro sono legati esclusivamente al talento e alla capacità di conquistare in modo diretto il pubblico dei lettori. Quanti più blop (sarà questo il sistema che segnala le reazioni positive del pubblico) si conquisteranno, tanta più visibilità e riconoscimenti si avrà all'interno del social. Blopolis nasce da un'idea di Saro Trovato, sociologo, esperto di media e già istitutore di Libreriamo la community più importante in Italia dedicata agli amanti dei libri. Blopolis nasce per rispondere all'esigenze di migliaia di scrittori di captare un luogo dove potersi promuovere in modo libero e senza i filtri imposti dalle piattaforme tradizionali e dagli algoritmi dai vari canali digitali. “Abbiamo voluto metaforicamente creare una Città Virtuale totalmente abitata dagli amanti dei libri – afferma Trovato - I booklover avranno a disposizione una città totalmente dedicata a chi ama scrivere e leggere. La vita in Blopolis si svolgerà confrontandosi costantemente con persone che vivono questa passione. È naturale che se non si amano i libri è inutile venire a vivere in Blopolis. La moderazione della piattaforma cercherà di evitare in tutti i modi la presenza di profili non interessati al progetto, escludendoli qualora si violi l'essenza stessa della vita cittadina. Non importa dove ci si trova fisicamente, Blopolis permetterà di essere vissuta 24/7 per 365 giorni all'anno. Le luci in Blopolis non saranno mai spente.” Basta accedere all'home page di Blopolis per vivere immediatamente la sensazione di addentrarsi in una metropoli in cui la vita si svolge tutta intorno al libro. Non bisognerà fare altro che iscriversi e attraverso il proprio profilo scegliere di scrivere un racconto, una poesia, una recensione. Si potranno pubblicare libri, supportati da booktrailer o altro materiale audio-video e avere l'opportunità di far acquistare le proprie opere direttamente su Amazon e prossimamente attraverso altri canali distributivi e-commerce e fisici. Blopolis si pone come “editoria fluida”, in linea con le nuove esigenze e le profonde trasformazioni del mercato del libro. Attraverso l'esperienza di 10 anni di Libreriamo, Blopolis vuole dare una risposta alle esigenze e molte volte le frustrazioni degli scrittori, un malcontento derivante dai filtri imposti dal modello editoriale tradizionale, sia per quanto riguarda la pubblicazione dei libri che per la loro promozione. Da non tralasciare che la critica tradizionale non può fare fronte al numero di libri che vengono pubblicati. Le recensioni mediate dai vari media, blog e influencer possono rispondere alle richieste di una piccola parte dei libri pubblicati e molte volte finiscono inevitabilmente per privilegiare i nomi già noti o legati a relazioni dirette. Un'opportunità anche per gli editori, i quali grazie a Blopolis potranno dare spazio al loro volume e allo stesso tempo scoprire nuovi talenti da proporre al mercato. Blopolis offrirà massimo sostegno al self-publishing, al crowd-publishing.  Blopolis si pone anche come raccoglitore tra gli storyteller e il mondo delle aziende. È uno degli obiettivi di Blopolis promuovere i libri coinvolgendo sempre di più le aziende. Oggi, il marketing ha bisogno di storie nuove per coinvolgere i loro consumatori. Scrittori professionisti o semplicemente amanti della scrittura potranno creare qualcosa di inaspettato e coinvolgente per offrire al pubblico un innovativo modo di raccontare marche e prodotti. Le aziende potranno altresì sostenere la pubblicazione di nuovi autori o dei libri in crowd-sourcing tematici o legati all'impegno sociale e ambientale.

Carmen Consoli e Tommaso Paradiso al Concertone del 1 maggio

AGI - Anche Carmen Consoli e Tommaso Paradiso sul palco del Concertone del Primo Maggio a Roma. La 'cantantessa' catanese è reduce dal successo del suo nono disco 'Volevo fare la rockstar', mentre il cantautore romano, uno degli indiscussi protagonisti della rivoluzione indie, di fatto ha esordito come solista dopo la scissione dai Thegiornalisti del 2019 solo qualche mese fa con 'Space Cowboy'. I loro nomi si aggiungono a quelli di MACE, Fasma, Coez, Mara Sattei, Bresh, Ariete, Mecna, astio, i Rovere e La Rappresentante di Lista, oltre al cast di 'Notre Dame De Paris', che festeggerà sul palco del Primo Maggio il ventennale di uno dei musical più amati della storia del teatro italiano. Il Concertone del Primo Maggio, promosso da Cgil, Cisl e Uil, prodotto e organizzato da iCompany e trasmesso in diretta su Rai 3 e Rai Radio2, dopo coppia anni in cui è stato costretto dalle restrizioni dovute all'emergenza sanitaria a trasferirsi all'Auditorium Parco della Musica in assenza di pubblico, 'torna a casa' in piazza San Giovanni. 

Gigi costiera racconta “Il più crudele dei mesi”, la prima ondata di Covid a Nembro 

AGI - Davanti al cimitero di Nembro c'è una lapide in confessioni dei caduti. Porta 126 nomi per la Prima guerra mondiale e 98 per la Seconda. Di Covid-19, tra la fine di febbraio e aprile 2020, sono morte 188 persone, di cui 164 a marzo. Su una popolazione di 11.500 abitanti. Questo racconta Gigi Riva nel suo ultimo libro, “Il più crudele dei mesi” (Rizzoli, 204 pp). Un mese di silenzio, imposto dal lockdown, squarciato solo dalle sirene delle ambulanze. Riva ne conta sette in una telefonata di un quarto d'ora. Un comune piccolo, pieno di vita, dove tutti si conoscono o sono volti conosciuti, che si scopre - la sera del 23 febbraio - uno dei primi focolai d'Italia. Fino ad allora il coronavirus sembrava tanto lontano da essere rilegato alle cronache degli esteri. L'attenzione era per altro: gli eventi culturali, le partite dell'Atalanta, le attività nella parrocchia.  Riva, per anni cronista di guerra, racconta la pandemia che ha sconvolto il paesino della Valle Seriana. E lo fa perché è il suo paesino. Qui è nato e qui ha trascorso la giovinezza. La sua vita si era intrecciata con tante di quelle delle vittime. E il libro è di nuovo un modo di onorarne la confessioni. E rendere pubbliche le testimonianze dei vivi. Come quella di Barbara, l'impiegata dell'anagrafe del Comune che doveva inserire a getto continuo i certificati di decesso dei suoi compaesani con le lacrime che bagnavano la tastiera. Ma al centro è il paradigma universale della prima ondata del Covid-19 che permette a ogni lettore di immedesimarvisi, perché in quei mesi miliardi di persone vivevano la propria Nembro. E ancora oggi, due anni e 6,2 milioni di morti dopo, il lockdown continua a essere parte del nostro presente. Seppur lontano ma dovremmo aver compreso che non lo è mai sufficientemente. Nell'ultimo mese sono state in isolamento, totale o parziale, Shanghai e una ventina di altre città cinesi. Si tratta di 193 milioni di abitanti messi insieme - il 13,6% della popolazione cinese - e 3.600 miliardi di Pil, il 22% dell'economia del Paese.  Nel mese crudele di Nembro quasi tutti avevano perso qualcuno. Tanti di nuovo più di uno. L'otto marzo, era una domenica, ci furono undici morti. Il 12 marzo dodici. I rintocchi delle campane che annunciano i decessi erano stati aboliti per non aggiungere disperazione alla disperazione. Ma per quanto isolati era impossibile non ricevere le notizie dei lutti. E' del 18 marzo lo scatto dei camion dei militari che portavano le bare fuori da Bergamo perché la macchina della sepoltura non reggeva il passo della letalità del virus. Prima di quel 23 febbraio i necrologio occupavano generalmente un paio di pagine sull'Eco di Bergamo, il giornale locale. A marzo sono state stabilmente sopra le dieci. Il 24, 25 e 26 hanno raggiunto il picco di tredici. Tredici pagine di elenchi di persone che non ci sono più.  Ma Riva di Nembro racconta di nuovo, e soprattutto, la vita. Della cittadina e dei suoi abitanti. L'orgoglio della provincia, l'amore per la ammasso e la fede cieca per l'Atalanta. Scrive di chi sceglie di viverci rifiutando le offerte del successo nelle metropoli d'Italia e del mondo. Come Gianni Bergamelli, pittore e musicista, ultra-novantenne. Conteso da Berlino a Milano ma lui non ha mai voluto vivere altrove. “Io ho esigenza di andare tutti i giorni in piazza, sedermi sulla panchina e vedere Nembro che mi gira attorno. Sono felice così”, è la sua massima.  Nel libro si ripercorre con la letteratura del vero la storia della città con la biografia dei suoi abitanti. Di quelli “caduti” nel “più crudele dei mesi”. Ma di nuovo l'eroismo quotidiano, la tenacia e l'abnegazione di chi ha voluto dedicarsi al prossimo nel momento della solitudine. Dal sindaco al parroco, dagli infermieri ai medici di famiglia. Quelli che hanno tenuto accesa la fiaccola della speranza nella notte più buia. In attesa della nuova alba. 

Un gioco da ragazzi, Bruno Conti dal baseball a MaraZico

AGI - "Ogni volta che pensate di non farcela, riflettete su quando un giovane Bruno veniva scartato ai provini perché basso e troppo gracilino. Quando sembrava che la salita fosse troppo ripida per riuscire ad affrontarla. Eppure quel bambino ce l'ha fatta, aprendo il cassetto dei sogni e maneggiandoli con cura". Il giovane Bruno è Bruno Conti, idolo della tifoseria giallorossa degli anni '80, miglior calciatore ai mondiali di Spagna '82 vinti dall'Italia dove fu soprannominato 'MaraZico' (crasi formata dai nomi dei due calciatori più forti del mondo in attività, Maradona e Zico) e primo giocatore-tifoso della Roma ad aver vinto calice del Mondo e scudetto (24 anni dopo sarebbe commosso anche a un altro presente onore, un certo Francesco Totti). Esattamente quarant'anni dopo quello storico successo planetario al Mundial '82, nell'anno in cui l'Italia è nuovamente in lutto calcistico per l'eliminazione nella fase di qualificazione ai Mondiali, Bruno Conti pubblica la sua autobiografia. Sulla scia del successo del libro di Francesco Totti ('Un Capitano', scritto con Paolo Condò ed edito da Rizzoli), il secondo giocatore più vincente e più amato dai tifosi giallorossi manda in stampa 'Un gioco da ragazzi - Dalla Roma alla Nazionale, il mio calcio di una volta' scritto con Giammarco Menga (Edizioni Rizzoli - pagg. 208; Euro 17), giovane giornalista abruzzese nato l'anno prima del ritiro di Conti dal calcio giocato. Una biografia che racconta un'epoca lontana di cui serbiamo un ricordo affettuoso e, ognuno a modo suo, privo: i racconti dell'ex numero 7 giallorosso sono associati se non al bianco e nero, di certo a colori sbiaditi di un età passato. Un'epoca in cui i valori erano più importanti di ogni altra cosa - soldi, successo, fama - quando il calcio era ancora "un gioco da ragazzi". Nel libro, quindi, Conti ricorda la sua infanzia a Nettuno, cittadina di mare vicino Roma: famiglia povera con padre muratore tifosissimo della Roma e madre casalinga, quinto di sette fratelli (quattro femmine e tre maschi che dormivano in due letti), talento precoce nel baseball - sport importato proprio nella cittadina dagli americani dopo lo sbarco di Anzio - e di calcio malgrado avesse nel fisico, con una bassa statura e corpo alquanto gracile, un limite evidente. Come per Francesco Totti, che anni dopo erediterà il titolo di giocatore-simbolo della Roma, anche per Conti la figura paterna è stata decisiva grazie a un rifiuto: se il papà di Totti rifiutò l'offerta del Milan per portarsi al nord il talentuoso figliuololo, nel caso di Conti fu il padre Andrea a scartare l'offerta degli americani di Santa Monica di portarlo oltreoceano per giocare nel campionato di baseball stelle e strisce. Racconta Conti: "In cucina c'è silenzio assoluto. Poi, dopo una manciata di minuti, mio padre si decide: 'Mio figliuolo è piccolo e da Nettuno non si muove'. Se lui avesse detto sì in quella tiepida serata di agosto, non sarei mai diventato Bruno Conti".  Nel libro, in cui c'è una prefazione di Francesco Totti (che ricorda quando, il 23 maggio 1991, nella partita di addio di Conti lui era uno dei fieri raccattapalle che ammiravano il loro idolo che appendeva gli scarpini al chiodo a 36 anni), il Brunetto nazionale ripercorre la sua vicenda sportiva: dagli esordi nel Nettuno Calcio e poi nell'Anzio ai provini andati male con Sambenedettese, Bologna e Roma (secondo Helenio Herrera non aveva il fisico adatto per fare il calciatore, troppo "gracilino"), l'arrivo nella Roma di Niels Liedholm, i due anni in prestito al Genoa di Gigi Simoni, poi i trionfi con tante coppe Italia, il campionato del mondo con la nazionale di Bearzot (premiato miglior giocatore del mondiale 1982), lo scudetto con la Roma, il secondo della storia del club, la finale di calice dei Campioni e il maledetto rigore sbagliato. Poi il rapporto difficile con Sven Goran Erickson e quello impossibile - analogia di quello tra Totti e Spalletti - con Ottavio Bianchi che di fatto lo spinse a smettere di giocare. Nel libro, che rivela anche l'amicizia antica nata sul campo di calcetto a Lavinio con Agostino Di Bartolomei (in una partita contro un altro ragazzino destinato a fare carriera, Bruno Giordano), Bruno Conti rivela di essere stato un tipo 'alla Cassano', ossia uno abituato a fare scherzi a ripetizione a tutti. Alcuni innocenti e altri terribili, come quello del fantasma che terrorizzò il povero Carletto Ancelotti. In circa 200 pagine si susseguono aneddoti inediti con gli altri protagonisti dell'epoca - da Liedholm, superstizioso, che allineava le scarpe dei calciatori nello spogliatoio, a Pruzzo che guidava come un pazzo a Tardelli che non dormiva durante il Mondiale '82 ed era soprannominato il 'coyote' - e ricordi di partite memorabili. Sono spiragli che svelano al lettore l'epoca in cui il calcio era ancora "un gioco da ragazzi", fatto di fatica ed entusiasmo, polvere e festeggiamenti a base di fettuccine al ragù, quelle memorabili della mamma Secondina o dell'adorata moglie Laura. Ed è forse presente il merito maggiore del libro: non tanto rivelare retroscena e raccontare episodi inediti, quando riportare il lettore ad atmosfere e sensazioni oggi dimenticate. E il merito è tutto di Bruno Conti che è stato capace di trasmetterle al suo giovane 'complice' che in quegli anni non era ancora nato e che lo ha aiutato a redigere 'Un gioco da ragazzi'. 

Lo scrittore Serghei Medvedev: “In Russia domina la cultura della violenza”

AGI - Le immagini di Bucha, la ferocia riservata a Mariupol e poi le razzie dei villaggi ucraini, il bottino di elettrodomestici e vestiti spedito alle famiglie in Russia. L'esercito di Mosca è "lo strumento di una società che si regge su una cultura della violenza" e a cui ideologicamente è stato dato il collante del "culto delle vittorie militari, della sconfitta sovietica del nazismo". C'è una spiegazione culturale, strutturale, dietro alle azioni dei russi nella guerra in Ucraina, secondo lo scrittore e analista politico russo Serghei Medvedev, che in un'intervista all'AGI dalla Lituania mette anche in guardia l'Europa dal cedere alla "politica del placare l'aggressore", facendo concessioni al presidente Vladimir Putin: "Non si fermerà, dopo l'Ucraina non è escluso vada a cercare nei Paesi baltici altri presunti fascisti", il termine che ormai identifica tutti i nemici della Russia. Autore - tra gli altri - del saggio 'The Return of the Russian Leviathan', in cui nel 2019 analizzava il deterioramento delle relazioni di Mosca con l'Occidente sotto Vladimir Putin e il via della Russia verso un aggressivo imperialismo e militarismo, Medvedev non è stupito dal dramma dei civili in Ucraina, nè dal silenzio dell'opinione pubblica russa: dietro c'è una "cultura della violenza", il nazionalismo e il persistente senso di superiorità sui propri vicini, insieme a una dolorosa nostalgia dell'impero e al sentimento di offesa scaturito dal crollo fine dell'Urss e dalla sconfitta nella Guerra Fredda, "che Putin ha presuntuoso alimentare negli ultimi 20 anni". "La Russia", sostiene lo scrittore e accademico, "assomiglia in questo alla Repubblica di Weimar, prova questo sentimento di offesa nei confronti del mondo esterno e su questo Putin ha creato una 'politica storica', che ha alla base la necessità di far tornare in qualche forma l'Unione Sovietica, con la spartizione delle aree d'influenza tra le grandi potenze e si è convinto che questo non sia possibile senza la distruzione dell'indipendenza, della statalità dell'Ucraina, suo principale intenzione negli ultimi anni". Già professore all'Alta scuola di economia di Mosca e oggi alla Free University, fondata da accademici fuoriusciti dalla Russia sulla puzzo della prima ondata di licenziamenti politici, Medvedev fa notare come "la società russa poggi sulla violenza e l'umiliazione della persona. La violenza non ha praticamente alcuna restrizione giuridica e culturale, è l'argomento finale di un Paese che si è rapidamente arcaizzato. È la norma in diversi settori: nelle famiglie, a scuola nei rapporti uomo-donna; la polizia, le carceri e l'Fsb si reggono sulla tortura, le prove nei tribunali sono costruite". Lo scrittore non attribuisce la responsabilità di questo fenomeno solo a Putin: "È una cultura che risale a molto prima, è legata alla stessa struttura della società russa, alla relazione tra l'essere umano e il potere e a quella tra le persone. Era così in Unione sovietica, purtroppo è un problema strutturale". Questa macchina della violenza ora è arrivata in Ucraina e nei suoi metodi di guerra "mostra tutta la profondità della decomposizione del potere, dell'esercito e della società russa: degrado morale, professionale, corruzione, furto, culto della forza e piccolo valore attribuito alla vita umana, il conformismo, l'indifferenza della società". "Certo", ammette Medvedev, "quella vista a Bucha e a Mariupol è una vera e propria orgia di violenza; come spiegare il sadismo del nostro esercito, i saccheggi? La maggior pezzo dei soldati viene da realtà piuttosto povere, da regioni dove non ci sono strade asfaltate e bagni in casa. Arrivano in quelle che possono considerarsi delle cittadine borghesi e scoprono che gli ucraini conducono una vita benestante rispetto a loro e fanno razzia di quello che non hanno". Sul tema molto discusso di una responsabilità collettiva rispetto a quanto sta accadendo, Medvedev non teme di nuovo il paragone con la Germania nazista. "I russi stanno chiudendo gli occhi. Come vivevano gli abitanti di Dachau? Non sapevano che ai confini della città c'era un lager? Sì, ma guardavano da un'altra pezzo. I russi credono alla propaganda perché è psicologicamente più confortevole. Credono che siano gli ucraini stessi a inscenare i massacri, che sia l'esercito di Kiev a sparare sui civili per accusare i russi". Lo scrittore sposa la linea del sostegno militare e finanziario dell'Occidente all'Ucraina e del massimo delle sanzioni possibili per fermare Putin sul campo: "Serve interrompere completamente le forniture del gas non posso credere che laddove sono in corso massacri di civili continua a transitare il gas, per cui gli europei pagano a Mosca centinaia di milioni di euro. Putin enumerazione sulla 'politica del placare l'aggressore': diamo a Putin la Crimea si calmerà, diamogli il Donbass si calmerà. L'Europa si trova per la seconda volta in 80 anni nella stessa posizione di quanto pensava 'diamo a Hitler i Sudeti si calmerà, diamogli l'Austria si calmera''. Mi auguro non percorra la stessa strada di allora". 

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