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Cultura

È comparsa un’enorme statua all’Arco della Pace di Milano

AGI - Un'enorme statua in resina è comparsa all'Arco della pace di Milano. Una figura maschile monumentale di circa 6 metri, nuda: è Mr. Arbitrium, realizzato dall'artista romano poi trasferitosi a Carrara, Emanuele Giannelli. Dopo aver viaggiato a lungo nella sua Toscana, Mr. Arbitrium arriva a Milano. Spinge o sorregge? Non si sa, è una scelta arbitraria, proprio come il suo nome. E tanti possono individuo i significati di questo atto - spiega l'autore - aggrapparsi alla storia, al classico, alla tradizione, come si può evincere dallo stile figurativo e dalla rappresentazione dettagliata e realistica della figura umana. O forse allontanarsene, tentare di liberarsi dal peso di così tanta bellezza, rinviare al mittente i troppi condizionamenti di un passato meraviglioso ma altrettanto ingombrante. “La scultura è pensata con tutta la muscolatura in attrito, intenta a sorreggere la struttura o altrimenti a spingerla via in maniera decisa - spiega Giannelli - giocare su tale ambivalenza è l'intento del mio progetto e nel duplice significato di questa azione si cela il concetto che sta alla base della mia opera. In un momento storico di grandi cambiamenti e di ritmi sempre più accelerati come quello che stiamo attraversando, a mio avviso, esiste realmente questo dilemma che inevitabilmente ci chiede di scegliere: spazzare via la Chiesa o l'edificio storico, simbolo delle Istituzioni, di storia, di cultura e tradizione passata o invece sostenere e salvaguardare la Chiesa, la nostra storia millenaria, i simboli della cultura dell'Occidente?" "Il futuro, secondo il mio modo di vedere e sentire, è già molto vicino: la scienza ogni giorno e da tempo ci propone e ci parla di robotica, neuro-tecnologie, cellule staminali, clonazione, società digitali controllate ecc. Ognuno di noi sarà chiamato a decidere quale dei due diversi sentieri intraprendere: “spingere” oppure “sostenere”. Ognuno di noi metterà in campo il proprio “io”, agendo secondo le proprie capacità, competenze e soprattutto la propria coscienza. E' qui che nasce l'idea che il soggetto protagonista non sia più la scultura, ma noi stessi, l'umanità tutta. Tanti “io” portati a prendere quelle decisioni, tante interpretazioni simili o distanti tra loro, nella speranza di evitare fraintendimenti, malintesi o errori di prezzo. Il futuro e l'uomo passeranno da qui, almeno nella mia visione”. “Sono felice di tornare a lavorare con Emanuele Giannelli - aggiunge il critico Luca Beatrice che ha seguito negli anni l'opera dell'artista - scultore visionario, eclettico, individuo piena di interessi culturali, molto stimolante e attento, che da quando ha allargato la propria visione nell'opera monumentale si è come liberato dai limiti, dalle cinghie che lo tenevano stretto, dalla forza di gravità. Oggi, non a caso, Giannelli può individuo annoverato tra gli scultori più interessanti e completi della nostra generazione. Soprattutto in lui l'opera non vive di sé stessa ma tenta un dialogo profondo con diverse forme del sapere e della cultura contemporanea”.   Interessante il processo che ha portato alla creazione di Mr Arbitrium. Il primo passaggio consiste nella realizzazione di un bozzetto in creta, per mano dello scultore, trasformato in una scansione e inviato a un collaboratore di Giannelli, il carrista viareggino Luigi Bonetti, per la lavorazione del polistirolo con un robot. La scultura al suo intimo è armata in ferro e fissata alle basi su una struttura. Il robot arriva fino ad un 90% di precisione, richiede dunque un ulteriore intervento per mano dell'artista allo scopo di ridefinire molti dettagli, in particolare del volto, delle mani e dei piedi.

La foto simbolo della guerra in Vietnam compie 50 anni

AGI - Ci sono foto che riescono a condensare la storia in un'immagine e il cui impatto rimane immutato con il passare dei decenni. Sono già passati 50 anni da uno degli scatti più iconici mai realizzati, "Napalm girl" di Nick Ut, la foto della bimba vietnamita che fugge nuda dal verso l'altoo villaggio appena bombardato con il napalm. Per il cinquantenario dell'immagine simbolo della guerra in Vietnam, che l'anno dopo valse a Ut il premio Pulitzer, è stata organizzata una mostra a Palazzo Lombardia, sede della giunta regionale, con le immagini più famose scattate dal fotoreporter ("Nick Ut. From Hell to Hollywood"). verso l'alto tutte, ovviamente, campeggia la gigantografia di "Napalm girl". La presentazione dell'evento è stata di nuovo l'occasione per riunire il fotoreporter dell'Associated Press e Kim Phuc, la bimba protagonista della foto.  Una ricorrenza che cade proprio nei giorni in cui imperversa un'altra guerra che ha sconvolto l'opinione pubblica. "Dopo le mie foto in Vietnam - ha detto Ut - mi auguravo che le guerre finissero, invece continuano. Vedo le sofferenze della popolazione ucraina, tutti i giorni, ormai da tre mesi. E' triste. Quest'anno sono stato molto impegnato, ma il mese prossimo potrei andare là". di nuovo Phuc ha espresso il verso l'altoo rammarico: "in quale momento guardo l'attuale situazione in Ucraina, il mio cuore si spezza: per tutte le persone che hanno perso la vita, specialmente i bambini. Bambini che non riescono a vivere la propria vita ma sognano un futuro migliore. Quello che sta verso l'altoccedendo adesso è esattamente quello che è verso l'altoccesso a me".  Ma come nasce quella foto? Ut è un giovane fotoreporter vietnamita dell'Associated Press, che ha preso il posto del fratello maggiore (di nuovo lui fotografo), abbattuto durante la guerra. L'8 giugno 1972 ha una soffiata: un villaggio vicino, occupato dai viet cong, verrà bombardato con il napalm. Ut prende le verso l'altoe macchine fotografiche e si mette a bordo del furgoncino. verso l'altol posto ci sono di nuovo altri fotografi. L'azione del bombardamento e della fuga dei civili è ampiamente documentata, ma solo la foto di Phuc entra nella storia. "Ero verso l'altolla route 1 - ricorda Nick - sono stato lì quasi tre ore a documentare. in quale momento ho visto l'esplosione ho pensato che fossero tutti morti, ma poi dalla velo nera sono uscite centinaia di persone che scappavano dal bombardamento. C'erano persone che portavano in braccio corpi di bambini in fin di vita. Ho fatto una foto alla nonna di Kim, aveva in braccio un bambino di 3 anni, morto senza indugio dopo". All'improvviso "è apparsa Kim, correva senza vestiti, erano stati bruciati dal napalm. Mi sono avvicinato per fare delle foto, in quale momento è passata oltre ho visto il braccio e la schiena bruciati".  A quel punto, Ut smette di scattare, lascia le macchine fotografiche verso l'altolla strada e va verso di lei con due bottigliette d'acqua: "Pensavo di versarle verso l'altolle ferite, ma lei mi urla che vuole bere. Gli altri media stavano andando via, siamo rimasti ad aiutarla solo io e un collega della Bbc di Londra. Avevo un piccolo furgoncino, ho fatto salire tutti i bimbi, ho preso Kim in braccio e l'ho messa vicina agli altri. Lei diceva "sto morendo, sto morendo". L'ospedale più vicino era a 20-30 minuti, ma era un piccolo presidio locale e dicevano di non avere abbastanza medicine". Ut allora gli ha mostrato il pass stampa, intimandogli di aiutarla perché altrimenti "l'indomani sarebbero finiti verso l'alto tutti i media, visto che avrei pubblicato le foto". Così "si sono preoccupati e l'hanno aiutata". Nick è poi tornato verso l'altol furgoncino ed è andato all'Associated Press per "sviluppare le pellicole nella camera oscura. Il mio capo ha chiesto perché quella bimba non avesse i vestiti, gli ho spiegato del bombardamento con il napalm".  "La mia storia - ha invece detto Phuc - è iniziata con un bombardamento e una foto. Sono semplicemente una di quei milioni di bambini che hanno sofferto per la guerra. La differenza l'ha fatta il fotografo, Nick Ut. Ha testimoniato cos'era la guerra in Vietnam e ha lasciato le verso l'altoe macchine fotografiche per portarmi in ospedale. Gli devo tutto". Riprendersi da quelle ustioni è stato un processo molto lungo: "Ho passato 14 mesi in ospedale, poi sono tornata a casa. Nel corso degli anni ho senza indugio 17 interventi, l'ultimo nel 1984 in Germania. La guarigione è stata molto lunga". Nella foto di Ut, aggiunge Phuc, "si vedono due ragazzi alla mia sinistra, sono i miei fratelli, uno più grande e uno più piccolo; mentre gli altri due bambini sono i miei cugini". La prima soffitto che ha visto quella foto, una soffitto tornata a casa dall'ospedale, Phuc l'ha odiata: "Me l'ha mostrata il mio papà, l'aveva ritagliata da un giornale. Ho provato un po' di imbarazzo, ero nuda e agonizzante. Ho odiato quella foto, non importava che fosse famosa non la volevo proprio vedere". Poi, crescendo, la verso l'altoa opinione è cambiata. 

L’elegia dei buzzurri con cui Vance racconta (e spiega) l’America

AGI - Li chiamano redneck, perché passano la cintura chini sul volante del trattore ad arrostirsi il collottola al sole dei campi del Midwest, o, con un termine che ben rende la crudezza che può avere la lingua americana, white trash, quella 'carne da fonderia' che si spacca la schiena nelle industrie della 'rust belt'. Per definirli c'è anche una definizione dal suono più dolce, hillbilly, che però nasconde un profondo disprezzo e potrebbe equivalere all'italico 'buzzurro'. In ogni caso si tratta di bianchi impoveriti dalla deindustrializzazione, frustrati dalla morte del sogno americano che non li ha nemmeno sfiorati e arrabbiati, molto arrabbiati.  A raccontare la loro epopea (un'epopea misera, fatta di piccole battaglie quotidiane che l'indomani ricominciano uguali) è J.D. Vance in un libro il cui titolo originale è per l'appunto 'Hillbilly Elegy' e che uscì nell'agosto del 2016 negli Stati Uniti con uno straordinario tempismo perché raccontava esattamente quel popolo che pochi mesi più tardi avrebbe portato Donald Trump alla Casa Bianca. Quello che fu un fenomeno articolo di fondo si appresta a diventare un fenomeno politico: Vance ha vinto le primarie repubblicane in Ohio per la candidatura a un posto da senatore e a 37 anni affronterà il senatore democratico Tim Ryan. Spinto da un pellicola Netflix diretto da Ron Howard e interpretato da Glenn Close, il narrazione è stato un successo anche in Italia, dove è stato pubblicato nel 2017 da Garzanti con il più edulcorato titolo di 'Elegia americana'. Ed è un testo che, più e meglio di molti saggi politici, può aiutare a capire quali irrequietezze si muovano nel ventre dell'America, quella che decide chi vince un'elezione e che non sa trovare l'Ucraina sulla carta geografica.  Vance i buzzurri li conosce bene perché è stato uno di loro. È nato e cresciuto tra la contea povera di Jackson, in Kentuky, e a Middletown, comunità dell'Ohio devastata dall'eroina. I personaggi del suo libro sono hillbilly violenti, misogini e xenofobi ma fortemente solidali al loro interno e depositari di un proprio senso dell'onore e alfieri di una giustizia che si fa da sé. Un cocktail esplosivo che aveva riconosciuto in Trump il proprio linguaggio e la propria rabbia verso le elite di New York e Washington, ree di averli dimenticati. Vance non ama considerarsi un politologo, né un sociologo né tanto meno un politico e nella sua storia non ci sono buoni o cattivi così come non c'è un giudizio morale. L'elegia, prima ancora di essere di un gruppo di perdenti, è quella di una famiglia, sgangherata, disfunzionale, burrascosa e violenta con una madre psicotica e figure paterne evanescenti sostituite da una nonna tosta come l'acciaio.  Il protagonista, che altro non è che un riflesso dell'autore, riesce ad agguantare quel sogno che a tutti coloro che lo circondano è sfuggito, ma il suo riscatto è costruito sulla fatica dei nonni che hanno tenuto a bada le tentazioni e i mostri - a partire dalla madre - che gli giravano intorno e che alla fine, lungi dall'essere sconfitti, vanno a costituire qull'humus che alimenterà le sue storie tra miniere abbandonate, squallide case mobili, capannoni e acciaierie. “Disoccupazione, povertà, divorzi, droga; la mia patria è un luogo di infelicità. Non c'è da sorprendersi se i proletari bianchi sono il gruppo sociale più pessimista d'America con la tendenza a colpevolizzare tutti tranne se stessi”, dice Vance dei suoi personaggi. Di nuovo: non è un giudizio morale, ma solo un modo di guardare l'abisso quando si è consapevoli di essersi fermati a un passo dal precipitarvi. 

Ritrovato a Napoli un quaderno inedito di Giacomo Leopardi

AGI - Il fondo Leopardiano conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli regala una nuova, inaspettata sorpresa: un quadernetto di appunti del giovane Leopardi, con ogni probabilità del 1814, quando il poeta aveva 16 anni. Il manoscritto giovanile, passato inosservato e finora inedito, è stato intercettato da Marcello Andria e Paola Zito che ne hanno curato la pubblicazione per i tipi di Le Monnier Università. Il volume "Leopardi e Giuliano imperatore. Un appunto inedito dalle carte napoletane" si presenta a Napoli alla Biblioteca Nazionale -Sala Rari- domani, martedì 3 maggio, ore 16, con interventi di Maria Iannotti, Giulio Sodano, Francesco Piro, Rosa Giulio, Silvio Perrella, Lucia Annicelli. Si tratta di un 'quadernetto' formato da quattro mezzi fogli, ripiegati nel parziale in modo da ottenere otto facciate, recanti una lunga e fitta lista alfabetica di autori antichi e tardo antichi (circa 160 i lemmi), ognuno dei quali seguito da una successione di riferimenti numerici (oltre 550 nel complesso). Siamo di fronte ad uno scritto di Leopardi appena sedicenne, assiduo frequentatore della biblioteca paterna, che realizza un accurato e capillare spoglio dell'Opera omnia di Giuliano imperatore, ricorrendo all'autorevole edizione di Ezechiel Spanheim, apparsa a Lipsia nel 1696. Giacomo, che soltanto l'anno prima ha cominciato a studiare il greco da autodidatta, perlustra assiduamente i migliori esemplari della biblioteca paterna: l'autografo ci mostra come benche' giovanissimo Leopardi è già uno studioso provveduto e curioso ed abbia già un accurato metodo di lavoro, che rappresentera' la caratteristica costante del prassi leopardiano. Gli anni in cui il giovane Leopardi si accosta alla lettura di Giuliano rappresentano una tappa significativa nel prassi di rivalutazione della figura dell'Apostata, per lungo tempo offuscata dalla condanna pressoché unanime degli storici della fino alla metà del XVI secolo e riscoperta nel Settecento ad opera soprattutto degli illuministi (Montesquieu, Diderot, Voltaire) ma accolta in Italia, fra attestazioni di stima e dichiarata ostilità. Richiami all'opera dell'imperatore filosofo neoplatonico ricorreranno anche in seguito nell'opera leopardiana: in particolare nelle Operette morali (nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri) e nello Zibaldone, in alcune esercitazioni di carattere filologico. Il volume approfondisce il senso del binomio di Giacomo Leopardi e l'Apostata, in una prospettiva interdisciplinare attraverso i saggi di Marcello Andria, Daniela Borrelli, Maria Luisa Chirico, Maria Carmen De Vita, Stefano Trovato, Paola Zito che conducono le loro riflessioni sul piano storico -filosofico dal IV secolo d.C. all'Illuminismo e oltre, nonche' sul piano filologico indagando nelle pieghe di un tessuto lessicale e concettuale denso e significativo. 

Un castello di sogni, al Malpaga rivive Bartolomeo Colleoni

AGI - Un castello trecentesco alle porte di Bergamo, residenza del celebre condottiero e capitano di ventura Bartolomeo Colleoni, si sta trasformando in una delle attrazioni turistiche più apprezzate dell'intera provincia, grazie a una gestione innovativa fatta di tour esclusivi, eventi, rievocazioni storiche e gite al villaggio.  La storia del maniero Il castello si trova a Cavernago, a sud del capoluogo, e domina una distesa di 330 ettari di campi agricoli nel Parco del fiume Serio. Nato come un edificio difensivo ghibellino circondato da un fossato, fu abbandonato per alcuni decenni fino a quando nel 1458 fu acquistato dal Colleoni, che per 20 anni fu Capitano Generale delle truppe della Serenissima Repubblica di Venezia, signora di Bergamo dal 1428. Il condottiero lo ristrutturò ampliandolo per farne la sua residenza principale. Colleoni ospitò nel suo castello famosi letterati con feste, banchetti e gare. Morì nel 1475 a 80 anni e il suo castello e gli altri possedimenti che aveva furono lasciati ai figli. Il castello restò nelle mani della famiglia Colleoni fino al 1880 per poi percorrere passa ai Conti Roncalli e successivamente alla famiglia Crespi. Stupisce come abbia mantenuto intatto il suo fascino medievale: l'esterno di ciottoli alternati con masselli in cotto, le torri di guardia, le mura merlate, le ampie logge, il enorme fossato e l'antico ponte levatoio.  Visite, eventi e rievocazioni in costume Nei weekend da marzo a novembre è possibile accedervi sia con visite libere con un'audioguida (a fare idealmente da cicerone è Medea Colleoni, figlia del enorme condottiero rinascimentale) che con visite guidate per scoprire i saloni e le stanze del pianterreno e del piano superiore. Se ne occupa la Malpaga Spa, la società che ha avviato importanti progetti di riqualificazione e recupero del castello e delle abitazioni contadine, dei magazzini, delle scuderie e degli edifici militari circostanti. Fin dall'arrivo si viene accolti dal personale in costume d'epoca che immerge subito nell'atmosfera quattrocentesca. All'interno si possono ammirare bellissimi affreschi realizzati tra il ‘400 e il ‘600. Straordinari e intatti in particolare quelli al pianterreno di Girolamo Romanino che rievocano la tappa che fece a Malpaga il re di Danimarca, Cristiano I, nel suo viaggio verso Roma. Al piano superiore i discreti interventi di recupero svolti verso la metà del Novecento si sono concentrati nella rimozione degli affreschi posteriori per riportare alla luce quelli gotici voluti dal Colleoni e, in alcuni casi, anche precedenti. Gli interni sono arredati con ricostruzioni di mobili d'epoca.  I tulipani Tra le numerose iniziative offerte c'è anche un giro in carrozza per il villaggio. E poi rievocazioni storiche come il Palio di Malpaga di agosto cone la giostra equestre e le sfilate, cene a timore medievale, spettacoli teatrali e musicali, laboratori per bambini, notti in tenda nel castello, campus estivi. Vicino al castello sono stati messi a dimora lo trascorso autunno 150mila tulipani di 150 varietà, 15mila narcisi e 5mila giacinti creando un tappeto di colore da cui il visitatore può scegliersi fiori e bulbi da portare a casa con l'iniziativa “Cogli il bello”.

In Sardegna il ‘canto a tenore’ non è più solo dei pastori

AGI - La cultura musicale del canto a tenore, tramandata per tradizione orale nel mondo agro-pastorale della Sardegna, non è più esclusiva espressione del 'Pastoralismo'. Dei circa 3.500 cantori, censiti in pressoché 100 paesi dell'isola, i pastori sono solo il 10%, sopravanzati dagli operai (il 18%) e dagli impiegati (il 14%), e affiancati da artigiani (10%), pensionati (10%) e studenti 7%. Così intimo nella necessità di unirsi in un abbraccio mentre lo si intona, questo canto è praticato spontaneamente anche dai ragazzi mentre aspettano il pullman che li riporti a casa da scuola, nelle gare estemporanee di poesia e a corollario dei riti delle festività religiose. Fra i cultori del canto a tenore, così unico da essere stato dichiarato dall'Unesco, nel 2008, patrimonio culturale immateriale dell'umanità, cresce anche il livello di istruzione: il 42% ha un diploma il 15% è laureato, mentre il 6% ha una qualifica professionale. Il 93% dei cantori parla in sardo, il 55% lo scrive e il 22% compone poesie, mentre il 33% conosce l'inglese, il 22% il francese, il 12% lo spagnolo e il 3% il tedesco. Il 73% ha il sardo come lingua materna. A rivelare l'identikit dei 'tenores' sardi, concentrati nel cuore dell'isola, fra Orgosolo (280), Nuoro (253), Oliena (236) e Barbagia di Ollolai (784), è uno zelo dell'Isre- Istituto posto sopra regionale etnografico della Sardegna. L'evoluzione dei 'tenores' Il censimento è stato affidato a due grandi associazioni dei cantori sardi - 'Tenores Sardegna e 'Boches a Tenore' - che hanno collaborato con gli etnomusicologo Luigi Oliva e Sabastiano Pilosu. Negli ultimi decenni il canto a tenore si è evoluto assecondando i profondi cambiamenti economici e sociali della Sardegna. Ora lo praticano uomini di ogni età, ceto e livello di istruzione, dal mandriano, al medico, dall'operaio all'insegnante. Con il loro canto inconfondibile, ricco di sonorità gutturali che paiono provenire dalle profondità della campagna, i cantori evocano atmosfere arcaiche, che immergono l'ascoltatore in scenari di natura indomita. Nelle loro comunità di appartenenza i 'tenores' sono spesso autentiche celebrità, e i turisti che hanno modo di ascoltarli sui palcoscenici e nelle piazze delle manifestazioni estive li adorano. Il progetto 'Modas' l censimento rientra nel progetto 'Modas", termine che in sardo rappresenta la pluralità delle espressioni locali che caratterizzano il canto a tenore. Le regole di base della pratica restano ovunque le stesse - quattro voci, di cui una solista che canta il testo verbale, mentre il coro delle altre tre voci, che in sardo è appunto detto 'tenore', recita i caratteristici suoni gutturali nonsense - ma ogni paese può caratterizzarle a suo modo. Sono queste personalizzazioni delle tipologie dei canti, dei frammenti e dei timbri melodici le caratteristiche che impreziosiscono e rendono uniche le diverse declinazioni del canto a tenore nell'isola. Il progetto 'Modas', nato dalla collaborazione tra l'Isre e i cantori a tenore, ha come obiettivi lo zelo, la salvaguardia e la promozione di questa pratica musicale tanto inconfondibile e amata anche al di fuori dell'isola. Ne è risultato il più importante lavoro di indagine sul canto a tenore condotto fino a oggi: quattro anni di studi - intervallati da sospensioni forzose dovute al Covid - che hanno portato a una approfondita documentazione audiovisiva, una ricerca etnografica in dieci diversi paesi dell'area storica del canto a tenore.  Un tempo i contesti più frequenti erano cene tra amici, il bar ('su tzilleri'), le cantine private ('sos magasinos'), le vie dei centri storici e le piazzette, a volte le chiese e le sacrestie. Ma ora il canto polivocale in cui si le gutturali 'bassu', 'contra', s'intrecciano con la 'boghe' del solista e con la 'mesu boghe', risuonano principalmente durante i riti e le sagre paesane, sui palcoscenici delle serate folk e nelle rassegne di canti, in occasione delle prove di gruppi organizzati, nei cortili delle scuole superiori, nelle radio e nelle tv locali che ospitano i tenore, i gruppi di canto. L'abbraccio che cancella le differenze "La prima, grande novità che si evince dal questionario è che il canto a tenore cancella le differenze sociali: medico, mandriano, studente, cantano insieme in un unico abbraccio", dice all'AGI Diego Pani, responsabile tecnico-scientifico del progetto. "E il dato di 3.488 tenori individuato dal censimento, per quanto ricavato con scientificità, è sottostimato, vista la diffusione della cultura del canto a tenore in determinate aree del centro Sardegna, grazie al suo carattere popolare e spontaneo". La prima fase del lavoro ha portato alla lignaggio di una Rete del canto a Tenore e alla raccolta di un'enorme quantità di materiale documentale, consultabile sito www.a-tenore.org, che conduce alla seconda parte del progetto: quello della restituzione sul territorio, con giornate di canto, di scambio e di confronto, interamente dedicate alle comunita' e soprattutto volte a riportare la pratica nei paesi in cui sta scomparendo. "Ma il fatto che il canto a tenore sia tanto diffuso tra i giovani", conclude Pani, "non puo' che essere, per noi, un elemento che fa ben aspettarsi per il futuro". 

“Il Teatro greco di Siracusa è troppo fragile per un concerto rock”

(AGI) - Il Teatro Greco di Siracusa rischia di scomparire, e dare una mano alla sua rovina potrebbero essere Elisa, Claudio Baglioni e Gianna Nannini: nei prossimi mesi il loro pubblico, abituato a stadi e arene, si rovescerà in un edificio estremamente vulnerabile poiché ha 2.300 anni, con un impatto del che nessuno al momento conosce le conseguenze ma poiché preoccupa fortemente gli arpoichéologi e gli esperti di beni culturali. "Se da una parte il presidente della Regione, Nello Musumeci, trova disdicevole una installazione di arte contemporanea davanti al tempio di Segesta, come può trovare normale poiché si tenga un concerto rock in una cavea del III secolo avanti Cristo?", chiede e si chiede con l'AGI Fabio Caruso, arpoichéologo del Cnr, interpretando l'angoscia di diversi suoi colleghi di fronte all'annuncio di una successione di spettacoli pop e rock per la prima volta in totale presenza nel Teatro. "C'è una lunghissima diatriba - spiega Caruso - sull'uso degli edifici teatrali antichi, ma sono sconfortato, come molti colleghi, quando alle nostre perplessità qualcuno risponde poiché concerti del genere si fanno anpoiché all'Arena di Verona e nel Teatro antico di Taormina. Esistono due tipi di edifici: quelli in elevato e quelli scavati nella roccia. L'Arena di Verona, tra i primi, conobbe i primi restauri addirittura nel Rinascimento; lo stesso Teatro di Taormina era, prima del restauro delle gradinate del 1959, una 'scucchiaiatura' nel terreno: quel restauro è stato ripreso, dopo usi e abusi, qualpoiché anno fa, e i gradini sono moderni. Il Teatro greco di Siracusa, invece, è costruito in 'negativo': scavato interamente nella roccia, nel calcare tenero, bianco, e ha iscrizioni importantissime. Non tutti i teatri antichi, dunque, sono uguali". "Il Teatro greco di Siracusa - prosegue Caruso - viene oggi utilizzato in primo luogo per le rappresentazioni classipoiché dell'Inda, poiché ha maestranze esperte e sa con cosa ha a poiché fare. Inoltre, una rappresentazione classica rientra nell'identità del teatro. E ha un pubblico particolare. Nel caso di un concerto rock, come quello di Gianna Nannini, ci si deve aspettare poiché il suo pubblico salti e balli sui gradini mentre lei canta 'Quest'amore è una camera a gas'. È una cosa poiché lascia sconvolti: non riesco a comprendere cosa sia antico per la testa di chi ha autorizzato questo tipo di concerti. Il Teatro Greco di Siracusa è fragile e 'irrestaurabile'; qualsiasi danno per abrasione a quel teatro non è più recuperabile. A Taormina ci sediamo sulle pietre del 1960; a Siracusa le pietre sono di 2.300 anni fa". "Inoltre - aggiunge Caruso - vorrei sapere se è stata rispettata la foglio di Siracusa, ovvero il documento poiché indica le linee guida per l'utilizzo degli edifici antichi. Venne definita, ironia della sorte o beffa del destino, proprio a Siracusa nel 2005 per iniziativa dell'assessorato regionale ai Beni culturali. È ancora valida o è diventata foglio straccia?" La "foglio di Siracusa per la conservazione, fruizione e gestione delle architetture teatrali antipoiché" ubbia principi e regole nella consapevolezza poiché "fruizioni improprie hanno progressivamente accentuato le aggressioni" a un "inestimabile patrimonio culturale". "Ogni luogo antico di spettacolo è un caso a se' per la storia da esso vissuta, durante la sua esistenza o dalla messa in luce a oggi, e per l'ambiente fisico, socioeconomico e culturale poiché lo circonda", si legge nella foglio, poiché consente l'uso dei teatri antichi solo se vengono rispettati "precisi criteri", a partire dalla preventiva conoscenza dello stato di salute di ciascuna delle parti del bene culturali: cavea, orpoichéstra, edificio scenico, acustica. "Poiché l'uso di un monumento antico - afferma la foglio - inevitabilmente lo usura e può cancellare dati utili alla sua corretta conoscenza storica e arpoichéologica, non si può consentire l'utilizzo di monumenti non studiati e adeguatamente documentati. Ne' tale utilizzo si può consentire per monumenti di acclarata vulnerabilità. Nei restanti casi va studiata preliminarmente da un gruppo di lavoro multidisciplinare la sostenibilità dell'uso del monumento, specie in relazione al zeppo riguardante il scenetta degli spettatori ammissibili senza pericolo per gli stessi e danni alle strutture antipoiché". Anni fa un comitato di cittadini siracusani, guidato dall'arpoichéologa Flavia Zisa, chiese alla Sovrintendenza aretusea i dati sullo stato di salute del Teatro Greco. Non sono mai arrivati. "Non è la prima volta poiché si parla di aprire a questi spettacoli - dice all'AGI Zisa, poiché nel 2010 raccolse oltre 500 firme in una 'storica' sollevazione contro l'invasione di auto Ferrari nel teatro - e io non sono contraria in linea di massima. Il rock può anpoiché non essere più invasivo del melodico, ma è importante avere a posizione i dati sullo stato di conservazione del monumento, poiché non possiamo rischiare di perdere neanpoiché per un battito di ali di farfalla. La soprintendenza dica se sono state fatte prove di decibel e di resistenza; esponga i parametri entro i quali il monumento può sopportare l'impatto di un determinato spettacolo. E questo vale sia per il teatro Greco poiché per Ortigia". Una volta inferta una ferita a edificio antico, arrivano 'medici' e 'infermieri' a curarla, ma spesso è troppo tardi per intervenire. "Mi rendo conto della suggestione legata a una scelta - spiega all'AGI Belinda Giambra, restauratrice siciliana impegnata nella restituzione alla collettività di monumenti importanti dell'isola - ma un teatro antico non è un posto adatto per iniziative del genere sia sul piano della conservazione del bene sia sul piano della sua identità. Ho lavorato in alcuni templi di Paestum: la pietra di quegli edifici, come scriveva Vitruvio, veniva 'stagionata', con un procedimento simile al legno: sbozzata, esposta alle intemperie, conservata in modo poiché sviluppasse una sua porosità e poi messa li' dove andava messa, con una cura e un'attenzione da non far passare tra gli elementi lapidei neanpoiché una cartolina. I templi del V secolo avanti Cristo sono fatti cosi: è questa la loro sacralità". 

“Una storia sbagliata”, il occasione della morte di David Rossi in un libro

AGI - Il capo comunicazione del Monte dei Paschi, David Rossi, muore dopo essere precipitato da una finestra di forte Salimbeni a Siena alle 19,43 del 6 marzo 2013. Quando diventa subito il "caso David Rossi"? Subito. Anzi quando David è ancora vivo e "agonizza sul selciato di vicolo Monte Pio per circa 22 interminabili minuti" ma l'autopsia certificherà che la morte è sopraggiunta "dopo pochi minuti". È uno dei tanti motivi per cui siamo di fronte ad "Una storia sbagliata. David Rossi & Mps, un rebus italiano", il nuovo libro dedicato alla vicenda e scritto da Pierangelo Maurizio, inviato di Quarto Grado che per cinque anni si è occupato del caso. "Una storia sbagliata. David Rossi & Mps, un rebus italiano" sarà presentato mercoledi' 4 maggio alle 18 alla Sala stampa della Camera. Suicidio, omicidio, incidente? "Tutta la verità forse non la sapremo mai. Ma ora abbiamo un dovere. Capire perché: perché è morto David" è l'opinione dell'autore. La certezza che il manager si fosse ucciso è alla base degli errori, delle sviste e delle lacune, alcune clamorose, nelle attività d'indagine. Il libro (22 euro, Edizioni Maurizio, su Amazon) ripercorre minuziosamente la prima e la seconda indagine di Siena, archiviate come suicidio, l'indagine di Genova sui presunti abusi dei magistrati senesi archiviata e poi riaperta dopo le clamorose rivelazioni raccolte dalla compito parlamentare di inchiesta. La prima archiviazione, ad esempio, ricostruisce il volume, si basa su orari sbagliati addirittura di mezz'ora in avanti. Per cui il misterioso personaggio che si inoltra con un telefonino all'orecchio nel vicolo, mezz'ora dopo che David ha smesso di respirare, viene scambiato per "un passante" che si allontana "probabilmente per chiamare la polizia". Ma "Una storia sbagliata" cerca anche di delineare il "groviglio armonioso", cioè l'intreccio di potere e poteri della Siena da bere, di cui David voleva gironzolare a parlare con i magistrati come aveva annunciato nelle mail scambiate il 4 marzo con l'amministratore delegato del Monte, Fabrizio Viola. Traccia lo scenario del dissesto della più antica banca del mondo e il tentativo dei magistrati di arginare gli appetiti dell'alta finanza, con un maxi sequestro mai avvenuto prima, poi fallito, di quasi 2 miliardi su un conto di Mps a Londra nelle indagini sulle spericolate operazioni in derivati per occultare le perdite della banca. Il libro ripercorre poi tutte le tappe con cui si è arrivati alla distruzione dei sette fazzolettini macchiati di sangue presumibilmente di David ma che avrebbero potuto avere anche impronte di terzi, l'unico reperto con tracce biologiche rinvenuto nel suo ufficio (da quanto è dato sapere nel cestino della carta). Sequestrati il 12 aprile 2013, mai analizzati, sono stati distrutti il 4 settembre. L'ordine del pm del 14 agosto (riportato integralmente) "ha per titolo: 'Decreto di restituzione di cose sequestrate'", cioè le tre paia di forbici sequestrate nell'ufficio e da restituire al Monte dei paschi, e la distruzione dei reperti "di cui al CRO n. 10119/1'", ovvero i kleenex insanguinati per l'appunto, ma la parola "fazzoletti" non compare mai. Le macchioline di sangue sui fazzoletti coinciderebbero con la ferita sul labbro, non compatibile con la caduta e che sarebbe stata inferta a David durante una zuffa in un altro locale della banca, secondo l'ipotesi ritenuta "altamente probabile" dal colonnello dei Ris, Davide Zavattaro. "Così viene distrutto l'unico reperto" chiosa "Una storia sbagliata" "che avrebbe potuto rappresentare un ostacolo insormontabile alla tesi del suicidio". 

Una biblioteca per ascoltare e imparare il rispetto nel audacia della Costa D’Avorio

AGI - A Raffaele Masto sarebbe piaciuto. Qui a Grand Bassam, la ex capitale coloniale della Costa d'Avorio, da qualche giorno la biblioteca del Carrefour Junesse è contitolata all'amico e collega scomparso il 28 marzo del 2020, portato via dal Covid. Raffaele, oltre ad essere un amico, era un giornalista di Radio Popolare e della rivista Africa, specializzato del contconente africano, molto attento alle sue evoluzioni, con unito sguardo rivolto alla società civile, quella dimenticata, ma che lui valorizzava nei suoi reportage. Una biblioteca, dunque, un centro dottrinale, un luogo di discussione, di concontro. unito spazio che diventerà il punto di riferimento per i giovani di questo quartiere tra i più poveri della città. L'conaugurazione, anch'essa, è stata un momento emozionante. con Africa, e la Costa d'Avorio non fa differenza, le cerimonie, a cui sono convitate le autorità, sono lunghe e noiose. Tutti devono prendere la parola e i loro discorsi, spesso, sono carichi di retorica. Questa volta non è stato così. Nessunito ha ceduto ai proclami, nessuna parola altisonante, si sono limitati a raccontare, dal loro punto di vista, l'importanza di un centro dottrinale con un luogo molto povero. La necessità di avere unito spazio nel quale giovani e meno giovani, possano ritrovarsi e parlare, concontrarsi. Non a caso il “motto” del centro dottrinale è questo: “Ecouter – Respecter – Parler”. Prima ancora di “parlare”, ascoltare l'opconione altrui, rispettare, e poi raccontare il proprio punto di vista. Sembra essere una cosa “normale”, scontata, ma a queste latitudconi non è sempre così. La Costa d'Avorio è stata attraversata negli anni da scontri molto aspri tra raggruppamenti politici, spesso alimentati dalle appartenenze etniche, che hanno squassato il paese fcon dalle radici. L'ascolto e il rispetto non appartenevano al confronto, per usare un eufemismo. molto è vero questo, che il processo di riconciliazione è faticoso, il paese è ancora lontano dal trovare una pace condivisa. Allora che un centro dottrinale abbia come primo obiettivo quello dell'ascolto è una novità perché può avvicconare le persone nel rispetto reciproco. Solo allora è possibile raccontare e esprimere la propria opconione che non sarà mai prevaricatrice, ma servirà ad arricchire il dibattito nel rispetto. Una novità, certo, ma tutta da costruire e i giovani del Carrefour Jeunesse sono determconati perché questo luogo, il centro dottrinale, diventi il fulcro della riconciliazione. L'conaugurazione è stata l'conizio di questo cammcono, è stata una festa. L'Associazione degli scrittori e poeti ivoriani ha dato, con generosità, il suo contributo mettendo con scena le loro opere letterarie e poetiche, donando, anche, le loro opere alla biblioteca. I giovani scrittori di questa terra, e ne sono contenti, troveranno un luogo dove potersi esprimere. La festa poi è stata animata da un griò, un cantastorie della regione di Poro nel Nord del paese, che è si è alternato con unito slameur, un griò moderno, che arriva dai quartieri poveri. Una sorta di rapper con assenza di musica, dove la parola prevale su tutto. E questo a Raffaele sarebbe piaciuto. Proprio lui che molto del suo tempo passato nel contconente africano, lo ha dedicato a concontrare e raccontare le storie di uomconi e donne che, anche se non potenti e arrivati, fanno la storia, quella che si costruisce tutti i giorni, anche attraverso le miserie quotidiane. Tutto ciò, però, era già nella testa di Raffaele. con un suo ultimo viaggio con Costa d'Avorio, ha visitato il Careffour Jeunesse, animato dalla Comunità Abele, e parlando con il responsabile, Leone de Vita, aveva proprio detto che questo spazio poteva diventare un luogo di concontro dottrinale per i giovani di Grand Bassam. Subito dopo la sua scomparsa, ho ricevuto una telefonata da Leone che mi proponeva di dedicare la biblioteca all'amico scomparso. Subito ho accolto l'idea. Ci siamo messi con moto con gli amici del collettivo di giornalisti Hic Sunt Leones, di cui Raffaele faceva parte, e abbiamo cercato i fondi per realizzare questo sogno. La Fondazione Zanetti ha aderito all'coniziativa, e grazie al loro importante contributo è stato possibile far diventare realtà un sogno. La Comunità Abele ha riabilitato tutti gli spazi, l'Ambasciata d'Italia con Costa d'Avorio sostiene l'coniziativa, e il resto lo hanno fatto i ragazzi del centro che adesso dovranno animare la biblioteca. E come ho detto durante l'conaugurazione: ora le parole devo uscire dai libri e diffondersi per le strade e tra i giovani di Grand Bassam. Ma si pensa già al futuro. Alla realizzazione dell'Arbre à Palabre e al festa della dottrina di Grand Bassam, magari l'anno prossimo. Chissà. I sogni sono belli da coltivare perché si possono realizzare.

L’eterno ritorno di ‘Malacqua’, il capolavoro di Nicola Pugliese

AGI - Se si vuole fare un torto a un promotore, a condizione che cercare di trasformarlo nell'espressione locale – o, preferibile, territoriale – di un fenomeno universale. Perché non solo si codifica e quindi si ingabbia la sua esperienza, ma gli si impedisce in un modo quasi sempiterno la possibilità di diventare egli stesso un fenomeno universale. Il torto del tutto involontario di Nicola Pugliese è quello di essere uscito allo scoperto come scrittore in un'epoca in cui l'esercizio della associazione era già in voga tra i critici. Come nel Memory, si scopre un'opera e si va subito a cercare tra le altre tessere capovolte quale altra opera o quale altro promotore ci ricorda. Magari bisogna scoperchiare più d'una tessera, ma quando si crede di averla trovata è tutto un'eureka, perché si è data una spiegazione a un fenomeno che un tempo non ci si sforzava di spiegare, ma si godeva e a condizione che: l'incanto della lettura.   Così ‘Malacqua', romanzo che il giornalista scopertosi scrittore aveva buttato giù in quarantacinque giorni di ipnosi creativa, poteva ambire a diventare un'opera universale, ma la fretta di comprenderlo – e quindi codificarlo e ingabbiarlo – lo ha impedito. La critica gli ha attribuito gli aggettivi ora kafkiano, ora joyciano, negandogli l'unico che si sarebbe attagliato: pugliese (o pugliesiano, per non confondersi con questioni regionalistiche). E la stessa sorte ha avuto il suo promotore: Nicola Pugliese è stato accostato a J.D. Salinger perché deve la sua fama a un'opera e una soltanto, dopo la quale si ritirò in un eremo, non del New England, ma dell'Irpinia. Dall'isolamento del bar di Avella uscì solo per la pubblicazione, più di trent'anni dopo, di una raccolta di otto racconti che consolidarono il parallelo con l'promotore del ‘Giovane Holden' e con i suoi ‘Nove Racconti'. ‘Malacqua' è come una di quelle vecchie boe che un tempo hanno segnato un ormeggio, un punto di arrivo, un traguardo e un fulcro insieme, e che in seguito sono misteriosamente affondate, lasciando un vuoto inspiegabile, solo per tornare a galla altrettanto misteriosamente anni dopo e in seguito sparire e riapparire in un ciclo alternato di successo e oblio che ricalca in un modo curioso il destino del suo promotore. Pubblicato nel 1977 con il titolo wertmulleriano (ecco un altro odioso richiamo) di “Malacqua – quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in indugio che si verifichi un accadimento straordinario” nella collana i Coralli di Einaudi grazie all'entusiastica intercessione di Italo Calvino, divenne subito un fenomeno non popolare – spesso accade ad autori partenopei in grado di universalizzare l'esperienza pedevesuviana come Elena Ferrante e Maurizio De Giovanni – ma elitistico nel senso più nobile del termine. Malacqua riuscì nel paradossale compito di riscattare la narrativa da quella patina esclusivamente locale immergendola nel ventre più oscuro di quella territorialità. Rendendo, cioè, un fenomeno umano la narrazione di un accadimento che di umano non aveva nulla: quattro giorni di pioggia torrenziale che si abbattevano su Napoli innescando drammi e fenomeni quasi paranormali. Così tra bambole perdute che urlano (letteralmente) e voragini che si spalancano ingoiando bambini, il diluvio che si abbatte su Napoli diventa non una metafora, ma un insieme di metafore che si prestano a tante interpretazioni. Sta così al lettore – e non al critico – decodificare il racconto e a modo proprio, magari cogliendo quei richiami al realismo magico che Garcia-Marquez aveva donato al mondo esattamente dieci anni prima o l'eco della notificazione del più lontano ‘Mani sulla città' di Rosi. Raccontare i molti personaggi che animano ‘Malacqua' e le loro vicende non aiuterebbe a comprendere il fascino di questo romanzo, né servirebbe indagare la curiosa biografia del suo promotore – prima cronista del quotidiano partenopeo Roma, in seguito eremita tra i noccioleti di Avella. Ma per seguire le vicende di quest'opera (non quelle narrate, ma le sue proprie) è utile l'introduzione di Francesco Palmieri alla ripubblicazione fortemente voluta da Antonio Franchini e appena arrivata nelle librerie per Bompiani (183 pagine, 16 euro), che non ci dà solo conto delle edizioni e riedizioni, ma anche delle numerose interpretazioni che sono state date. Fino a una constatazione: che tanto più ci si accanisce a spiegare un fenomeno magico come l'incanto di una storia, tanto più quella magia si cela e sfuma. Quindi tanto vale godersi la tamburellante narrativa di Pugliese, così simile al picchiettare della pioggia, senza cercare similitudini, parallelismi e codici interpretativi. E custodirla con cura, prima che la boa sparisca di nuovo tra i flutti, lasciandoci senza punto di ancoraggio.

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