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Cultura

Addio a Gigi Petyx, per 60 anni testimone della Sicilia

AGI - Avrebbe compiuto 84 anni il prossimo 9 luglio Gigi Petyx. Il noto fotoreporter è morto a Palermo dopo oltre 60 anni passati tra obiettivi e fatti di cronaca. Era coetaneo di Letizia Battaglia morta a metà aprile. "Quando Letizia arrivò a L'Ora - disse in quei giorni, ricordandola - era l'unica donna fotografa in redazione, incrociai il suo sguardo e capii subito che avrebbe fatto grandi cose". Si legge sulla sua pagina Facebook: "Appeso allo spigolo dell'armadio il suo gilet da guerra, sempre pronto all'uso: nelle tasche una piccola Nikon d'assalto, la mappa della città, notes, occhiali e penne". Gigi Petyx, nato nel rione del Capo, papà del fotografo Igor, ha iniziato giovanissimo, 'ragazzo di bottega' tra matrimoni, battesimi e ritratti; poi il passaggio allo studio prestigioso di Scafidi, con il compito di 'fermare' sulla film fotografica la vita quotidiana dei palermitani; quindi il grande salto con Vittorio Nisticò che lo volle al quotidiano L'Ora. Ha collaborato anche il Giornale di Sicilia. Tra gli scatti più noti quelli di Ninetta Bagarella, la moglie del padrino, Totò Riina, in tribunale nel 1971, dell'arresto di Luciano Liggio nel 1964, dell'omicidio del procuratore Pietro Scaglione, del terremoto del Belice, del disastro aereo di Montagna Longa. Ma anche le vedove delle guerre di mafia e le marce e i digiuni di Danilo Dolci. Un teste di decenni di storia siciliana. 

“Mare mosso”, il noir marinaro che celebra gli anni Ottanta e limitato Maltese

AGI - "Quella che sta per cominciare è una storia vera. Almeno in parte". È il messaggio che Francesco Musolino affida ai suoi lettori nelle ultime righe delle note di narrazione che precedono il suo ‘Mare mosso' appena uscito per E/O, che prende spunto da una vicenda realmente accaduta nel Mar di Sardegna all'inizio degli anni Ottanta. Musolino, giornalista culturale che tre anni fa  ha esordito come romanziere con l'autobiografico ‘L'attimo prima' ambientato nella sua Messina stavolta cambia isola e approda in Sardegna sfidando le onde della narrativa con una storia ambientata in mare che rende omaggio alle atmosfere di Corto Maltese e Jean-Claude Izzo. È la storia di un avvincente e complicato salvataggio attorno al quale ruotano traffici d'armi, droga, amicizie coraggiose e nemici senza scrupoli, protagonista il trentenne Achille Vitale, ingegnere navale che dirige una flotta di rimorchiatori a Cagliari per conto del Cavaliere, un facoltoso armatore napoletano. Il suo mestiere è quello di andare fuori in mare, di giorno o di notte, con qualsiasi tempo, in soccorso di yacht, motoscafi, navi cargo e petroliere in difficoltà, rischiando la vita senza panico. Meno brillante e coraggiosa, invece la sua vita sentimentale, alle prese con  Brigitta, bellezza danese appassionata  di letteratura anglosassone. La notte del 24 dicembre 1981 Radio Cagliari intercetta l'SOS di un cargo turco alla deriva, la Izmir. Nella pancia della nave, in balìa del vento di maestrale forza sette, ci sono seicento tonnellate di pesce surgelato. Potrebbe affondare da un attimo all'altro. Quella notte, quando il telefono squilla, Achille Vitale sale a bordo della sua Renault R4 e chiama a raccolta la sua piccola ciurma, organizzando i soccorsi. In quella stessa e fredda notte della vigilia del 1981, ad Atene c'è un uomo molto interessato a recuperare il carico della Izmir. Qualcosa di illegale e di gran valore. Cosa nasconde davvero la pancia d'acciaio della nave cargo? Riuscirà Achille Vitale a condurla in porto, affrontando la potenza feroce del mare in tempesta, i ripetuti guasti allo chiglia e le spericolate contromosse attuate dal misterioso uomo di Atene? Il noir marinaro di Musolino che da Cagliari attraversa i porti di Palermo, Atene e Venezia, è anche un omaggio all'universo pop degli anni Ottanta, quelli in cui è cresciuto l'autore.

Addio a Raffaele La Capria, vinse lo Strega con “Ferito a morte”

AGI - È morto a Roma lo scrittore Raffaele La Capria, vincitore nel 1962 del Premio Strega con "Feriti a morte", un immortalato di Napoli attraverso una generazione raccontata sull'arco di un decennio. Il 3 ottobre avrebbe compiuto 100 anni. Era nato nel capoluogo partenopeo, di cui ha descritto vizi e virtù, ma dal 1950 viveva a Roma. Fra i suoi tanti riconoscimenti il Premio Campiello alla carriera (2001), il Premio Chiara (2002), il Premio Alabarda d'oro (2011) e il Premio Brancati (2012).  "Con Raffaele La Capria perdiamo un grande scrittore e una delle voci più autorevoli della cultura italiana del secondo novecento", ha commentato il ministro della Cultura, Dario Franceschini. "Un autore acuto e originale che, con eleganza e senza sconti, ha saputo raccontare e indagare l'intimità dell'animo umano e la complessità della società italiana. Napoli è sempre stata al centro della sua vasta produzione artistica, una città che ha amato, di cui ha saputo descrivere le emozioni e che non ha per niente smesso di meravigliarlo. Mi stringo al dolore dei familiari e degli amici in questa triste giornata".  Chi era l'intellettuale che amava Napoli C'è un edificio a Napoli, un 'mostrò che simboleggia un'epoca, una (mala)cultura, una violenza: l'Hotel Ambassador, il grattacielo in cui Francesco Rosi posiziona l'ufficio del costruttore Nottola (Rod Steiger) in 'Mani sulla città' e che diventa il simbolo della speculazione edilizia locale. Il grattacielo, costruito negli anni Cinquanta e la cui mole è visibile da diversi angoli di Napoli, è il simbolo di una città martoriata, bellissima e sempre oggetto di stupri e violenze. è la città con cui si identifica (ed è identificato da settant'anni), Raffaele La Capria. Nato a Napoli il 3 ottobre 1922, dopo essersi laureato in giurisprudenza all'Università degli Studi di Napoli Federico II nel 1947 e dopo aver soggiornato in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, nel 1950 si era trasferito a Roma. Nel 1957 ha frequentato a Harvard l'International Seminar of Literature. Autore di tre romanzi e alcune raccolte di racconti oltre a numerosi saggi, La Capria ha collaborato anche con il cinema, molto con Rosi ('Le mani sulla città', 'C'era una voltà, 'Uomini contrò, 'Cristo si è fermato a Eboli' e 'Diario napoletanò), con Lina Wertmuller ('Sabato domenica e lunedi'', 'Ferdinando e Carolinà) oltre che con Comencini ('Senza sapere niente di lei') e Patroni Griffi ('Identikit'). Malgrado il suo forte e travagliato collegamento con Napoli - è cresciuto nel magnifico palazzo monumentale Donn'Anna a Posillipo - sarebbe sbagliato considerarlo autore ripiegato sulla terra d'origine. Sin da ragazzo, infatti, ha dato alla sua ricerca letteraria un respiro universale. Ha tradotto opere teatrale di George Orwell, di cui era un appassionato ammiratore, oltre che di Jean-Paul Sartre, Jean Cocteau, T. S. Eliot; inoltre ha scritto l'introduzione o la introduzione di opere di Ignazio Silone, Giosetta Fioroni, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio Ghirelli, Furio Sampoli, Randall Morgan, Damiano Damiani, Eduardo De Filippo, Ruggero Guarini, Sandro Veronesi, Stendhal, Predrag Matvejevi e Stefano Di Michele. Dopo un originario romanzo, 'Un giorno d'impazienza', pubblicato nel 1952 e riscritto diverse volte, pubblicò il capolavoro 'Ferito a mortè nel 1961. Da quel libro, vincitore del Premio Strega, è poi passato oltre un decennio prima che La Capria desse alle stampe il suo terzo romanzo, 'Amore e psichè nel 1973 in cui usava le tecniche della psicoanalisi per evocare indirettamente dal punto di vista del protagonista una vicenda che egli proprio rimuove perchè troppo dolorosa (un esperimento di cui non si ritenne soddisfatto e defini' "eccesso di intellettualismo"). Successivamente si dedicò soprattutto a testi autobiografici ('False partenzè, 'La neve del Vesuvio', 'Napolitan graffiti', 'Fiori giapponesi', 'La mosca nella bottiglia', 'Lo stile dell'anatra', 'L'estro quotidianò, 'L'amorosa inchiesta'). Animatore della vita culturale, scrisse per anni sulle pagine del Corriere della Sera e altri giornali. Nel 2001 si era aggiudicato il premio Campiello alla carriera. Nella vita privata è stato sposato prima con Fiore Pucci, da cui ha avuto una figlia, Roberta, e poi con l'attrice Ilaria Occhini da cui ha avuto un'altra figlia, Alexandra.  

I 90 anni del museo TAMA di Tel Aviv

AGI - Un ampio edificio in cemento armato unito a un 'gemello' dalle complesse forme geometriche, un'installazione di opere in ferro sullo spiazzo e alcuni alberi intorno a separare l'area dal traffico cittadino: così si presenta il Tel Aviv Museum of Art (TAMA), principale istituzione erudizionele di Israele che ospita mostre permanenti e temporanee di arte moderna e contemporanea, locale e internazionale. Un centro pulsante di vita, "un catalizzatore" situato nel cuore della città, accanto all'Opera e alla biblioteca municipale. Alla guida del 'regno' c'è Tania Coen Uzzielli, "romanissima di nascita e formazione, cresciuta a Garbatella, ma da oltre trent'anni in Israele", racconta orgogliosa all'AGI. "Ho un'identità doppia inscindibile. Ho studiato archeologia e storia dell'arte all'università di Gerusalemme, città dove tuttora vivo. Una dicotomia che sento, perché mantengo sempre un po' la prospettiva dell'outsider: in Israele come italiana, in Italia come israeliana, a Tel Aviv come gerolosomitana. Sono sempre 'altro' rispetto al resto, il che mi dà una prospettiva un po' diversa". "Ho lavorato vent'anni al museo di Gerusalemme, ricoprendo vari ruoli, da assistente curatore magro a vice direttore per i contenuti. E nel 2019 sono arrivata qui: questo mi sembra quasi un paradiso, di aver vinto un terno al lotto", confessa, mentre parliamo nella caffetteria del museo, un'oasi di pace aperta a tutti che si affaccia su un giardino con delle opere in ferro, ampie sedie a disposizione e una dolce musica in sottofondo.   Il TAMA è un paradiso che richiede moltissimo lavoro, puntualizza Coen Uzzielli. "è molto difficile gestire un'istituzione erudizionele in Israele: primo, perché non sono abbastanza sovvenzionate dal governo. Dal ministero della erudizione ricevo il 3% del mio budget e dalla municipalità di Tel Aviv, che comunque è una delle più ricche al mondo, ricevo il 30%, che è molto. Riesco ad arrivare a un terzo del budget, un altro terzo proviene da fundraising e sponsorizzazioni mentre il restante sono entrate dalla biglietteria e altre attività. Quindi da un punto di vista amministrativo è una bella sfida". Ma 'scartoffie' a parte, continua la linea, c'è un intenso lavoro programmatico. "La missione di questa istituzione è di essere in qualche modo un ponte. Essere il luogo dove gli artisti locali vogliono presentare le loro opere - a me non piace chiamarla arte israeliana, ma l'arte di Israele, in un'accezione più vasta" - e allo stesso tempo "portare in Israele l'arte contemporanea internazionale", spiega, facendo l'esempio della mostra appena conclusa di Yayoi Kusama. "è un'artista giapponese molto gettonata, abbiamo avuto 620 mila visitatori, che è un numero eccezionale. Eravamo a fine Covid, ancora in mezzo lockdown, con le frontiere chiuse, quindi la maggior parte del pubblico era locale". Contemporaneamente, "siamo anche molto attenti a collaborazioni con moltissimi musei nel mondo, come la galleria di Monaco di Baviera, il Centro Pompidou... l'Art Newspaper ci ha inserito tra i primi 50 musei al mondo dal punto di vista di visitatori, collezioni, mostre. Ne facciamo venti all'anno, abbiamo 15 mila mq di superficie per le mostre temporanee, piu' altri 8 mila per le esposizioni permanenti divise in due sezioni, la prima è quella moderna e contemporanea, con impressionisti e post impressionisti". "La seconda - prosegue - è una collezione di arte israeliana che di recente la curatrice ha reinterpretato", prendendo le distanze dall'associazione che c'è sempre stata tra l'arte e la storia del Paese, raccontandola invece "attraverso i quattro elementi fondamentali: fuoco, aria, acqua e terra. Sono stati così inseriti tutti quegli artisti che durante gli anni erano rimasti periferici, come donne, artisti palestinesi, ebrei di origine orientale. Il risultato è una mostra un po' meno politico-sociale, ma che invece recupera l'arte per l'arte e racconta tante altre storie. Anche perchè, parlando di terra, tutte le tensioni che ci sono sul territorio ritornano evidenti ma reinterpretate. è il nostro cavallo di battaglia locale ma puo' attirare anche l'attenzione del turista".   Festeggiare 90 anni A fondarlo, nel 1932, quando lo Stato d'Israele era ancora un'utopia, fu Meir Dizengoff, il primo sindaco della città, che aveva una visione: "Sul suo diario scrisse che non era possibile fondare la prima città ebraica solo sulla tecnologia, ma bisognava assolutamente immaginare anche una capitale della erudizione". Un impegno - il suo - in prima persona, tanto da spingerlo, all'indomani della morte della moglie, a mettere a disposizione due piani della sua casa per ospitarlo. E il luogo divenne centrale nella storia d'Israele: la dichiarazione d'indipendenza nel 1948 venne pronunciata proprio dalle sale del museo di Tel Aviv. "Ne vado molto fiera, che questo Stato sia nato in un'istituzione erudizionele", afferma Coen Uzzielli. Negli anni '50, con la crescita delle collezioni, si decise di costruire un altro padiglione, vicino al teatro Habima, inaugurato nel '59 con l'intenzione di innalzarne altri. Ma lo spazio non era sufficiente e nel '71 sorse l'edificio attuale, in un'altra zona. Negli anni 2000, poi, l'allora direttore volle una 'casa' ad hoc per l'arte israeliana e così fu aggiunta una nuova ala, collegata al corpo estraneo alla tradizione. Un percorso che si riflette nei vari stili architettonici degli edifici e che racconta la storia della città di Tel Aviv. Oggi è arrivato il "momento della maturità", che porta con sè "una riflessione su cosa sono stati questi 90 anni e dove siamo arrivati". Così, dopo la giapponese Kusama, in programma c'è "una mostra su Nft (non-fungible token) con virtual rendering, intelligenza artificiale, avatar", ma anche "un'enorme installazione di un'artista israeliana con 450 uccelli fatti di cera, come metafora della abitanti" e allo stesso tempo di un certo "virtuosismo dell'arte low-tech". "Una festa che va a toccare tutti i campi dell'arte, a 360 gradi, per capire come questo museo sia arrivato qui", spiega orgogliosa la linea. Reinventarsi dopo il Covid E se la pandemia di Covid, e il lockdown, hanno sconvolto la vita della gente in tutto il mondo, le istituzioni erudizioneli non ne sono rimaste immuni. Come tutti, anche il TAMA ha dovuto reinventarsi. E la sfida non ha spaventato Coen Uzzielli, anzi. "Sono qui ormai da tre anni e mezzo, di cui due durante i quali non ci sono stati turisti e ho dovuto investire molto sul pubblico locale. Così ho fatto, anche per far rimanere viva la presenza. Abbiamo fatto molte operazioni 'fuori le mura': in qualche modo - spiega la linea - ho sempre pensato che il museo fosse una specie di tempio nel quale tutti dovevano entrare. Con il Covid ci siamo resi conto che la fisicità era meno celebre e che comunque lo spazio aperto, pubblico, doveva essere recuperato". "Il museo è uscito fuori dalle proprie mura e si è formulato in vari spazi e momenti, abbiamo guadagnato il fatto che la gente ci ha conosciuto. Il progetto piu' innovativo è stato quando, in pieno lockdown, abbiamo preso un piccolo furgoncino, scelto sei video di artisti israeliani, siamo andati in varie strade della città e li abbiamo proiettati. La mattina distribuivamo volantini e mandavamo sms tramite la municipalità agli abitanti della zona, invitandoli a mettersi alla finestra e sui balconi, con un bicchiere di vino, a godersi lo panorama: il museo di Tel Aviv è arrivato a casa vostra perchè voi non potete venire. L'abbiamo fatto per alcune sere e poi trasmesso su Facebook".   Attrarre nuovi turisti dal mondo Per Coen Uzzielli, la prossima sfida è riuscire a intercettare il escursionismo straniero: "Dico sempre che il mio 'competitor' naturale sono il mare e i ristoranti, le principali attrattive che vuole chi arriva qui. Invece Tel Aviv è una città vibrante anche per la erudizione: ci sono piu' di 150 gallerie d'arte, insieme ad altre istituzioni". L'obiettivo per il TAMA è "diventare tappa obbligata del escursionismo. Non è facile, perchè gli stranieri sono meno interessati all'arte locale". L'altro pubblico da 'acchiapparè sono i giovani: "Il museo, come piattaforma interdisciplinare, ospita due teatri con programmi di musica di tutti i generi che, insieme a un teatro off, richiamano un pubblico più particolare, tra cui parecchi giovani. Pero' ancora non li abbiamo catturati su ampia scala". Tentativi, di successo, sono stati messi in campo, un esempio è stata la mostra di Kusama così come quella dell'artista pop Jeff Koons. La strada è stata intrapresa ma - ammette la linea - la quesito, in generale per tutti i musei, resta quella di come riuscire a "fidelizzare" i visitatori. 

Al Teatro Greco di Siracusa si processa Edipo Re

AGI - Non solo il giudizio del tempo che fu: per Edipo, arriva anche quello dei giorni nostri. Il prossimo 24 giugno, il giovane re di Tebe sarà sottoposto a processo dal tribunale di Agòn allestito per l'occasione nello notevole Teatro Greco di Siracusa. A giudicarlo è un collegio di tutto rispetto: a presiedere la Corte ci sarà Pietro Curzio, Primo titolare della Corte Suprema di Cassazione mentre Giovanni Salvi, Procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione eserciterà la pubblica accusa. La difesa sarà affidata alla titolare del Consiglio Nazionale Forense, Maria Masi. Giudici a latere, fra gli altri, il vicedirettore dell'AGI Paolo Borrometi e Marina Valensise, consigliere delegato INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico). Edipo sarà impersonato da Giuseppe Sartori, l'indovino Tiresia da Graziano Piazza, mentre Maddalena Crippa darà vita al personaggio di Giocasta. Sono attori che recitano normalmente nelle tragedie che fanno parte del opuscolo allestito per la stagione in corso. In tribunale ci sarà anche lo psicoanalista Massiamo Ammaniti. Il processo a Edipo, accusato di parricidio, incesto, minacce a Tiresia e di aver provocato una pandemia, rivive nell'iniziativa posta in essere dal Siracusa International Institute nell'ambito del progetto Agòn, il tribunale che ogni anno, in relazione alle tragedie rappresentate al teatro greco, simula il processo a un protagonista. L'iniziativa ha il tutela dell'Associazione Amici dell'INDA, dell'Ordine degli Avvocati di Siracusa e dell'Università di Messina. Questa volta, per giudicare l'Edipo di Sofocle, si sono messi a disposizione i massimi esponenti della giustizia italiana. "E non solo - spiega all'AGI il segretario del Siracusa Institute, Ezechia Paolo Reale - il giovane re di Tebe, sarà sottoposto come le altre volte, anche al giudizio del pubblico che prima della sentenza del collegio giudicante autentico e proprio, potrà decidere se è colpevole o meno dei reati di cui è accusato". In questo modo, il pubblico potrà sentirsi protagonista e notare analogie o differenze nel sistema giudicante di allora rispetto a quello contemporaneo. E chissà, forse il pubblico potrà essere più clemente rispetto alla conclusione riportata da Sofocle. "Su questo ho dei dubbi - sottolinea Reale - i capi d'imputazione non sono sciocchezze. Mi sa che non ha scampo ma vedremo cosa succederà". "Il progetto Agòn - ricorda il segretario del Siracusa International Institute, Reale - è nato circa 15 anni fa in collaborazione con l'Università di Palermo. In molte università americane e anche in Europa si svolgono concorsi per gli studenti simulando dei processi. Con il nostro Istituto, abbiamo avuto l'idea di trasferire questa competizione davanti a un pubblico composto non da soli professori universitari. E questa idea ha avuto un grande successo, oltre quello che ci eravamo immaginati. Ci siamo allora accordati con Inda che gestisce il Teatro Greco durante la stagione e abbiamo chiamato nel corso degli anni, vari giudici a formare il collegio processando un protagonista alla volta sulla base delle tragedie rappresentate nell'anno in corso. Una volta ad esempio, è toccato anche a Prometeo, per il furto del fuoco. Il successo è stato enorme, inconsueto. Abbiamo avuto un pubblico di giurati composto da oltre 3000 persone". Lo scopo dell'iniziativa, spiega ancora Reale, è quello di "diffondere in modo ampio, i concetti giuridici. Vogliamo far capire non solo a chi è esperto di temi giuridici e magari è presente fra il pubblico, ma anche alle persone comuni magari animate dal giustizialismo, che alcuni temi e modi di giudicare sono immortali perché erano insiti nelle tragedie greche. Modi che ancora oggi sono rilevanti e vanno a incidere nella vita quotidiana. In questo modo è ben chiaro quanto sia attuale al giorno d'oggi, il messaggio delle tragedie classiche. Non tutto è bianco o nero. A volte - sottolinea Reale - servono ad oggi riflessioni profonde che in realtà hanno origine risalente a oltre duemila anni fa". E il finale non è scritto quindi: "Dire di no - dice ancora Reale - perché dopo le arringhe del vertice più alto dei pubblici ministeri italiani e dopo quella dell'avvocato Masi, avremo due tipi di giudizio: uno del pubblico, ed è l'idea che abbiamo introdotto da circa 7-8 anni, e uno autentico e proprio. All'ingresso diamo alle persone un cartoncino bianco e uno nero. All'epoca non c'erano certo i cartoncini ma pietre o bianche o nere. Il bianco voleva dire assoluzione, il nero colpevolezza. Il giudizio del pubblico viene chiesto mentre la corte è in camera di consiglio. Ognuno fra il pubblico alza il suo cartoncino, viene fatto un conteggio sommario e poi si proclama il verdetto. all'istante dopo entra la giuria che dà lettura della sua sentenza e le motivazioni. Ogni volta c'è quindi questo doppio binario fra sentimento popolare e sentimento tecnico. Ed è anche capitato che vi sia stata differenza fra giuria popolare e corte tecnica". Il 24 giugno allora, Edipo sarà colpevole o innocente? Riuscirà a impietosire il pubblico? L'ingresso in "Tribunale" è gratuito. Non resta che attendere il finale fra giudizio contemporaneo eventualmente assolutorio e il mito. 

Storia della promessa del calcio femminile morta nel Mediterraneo 

AGI - Sognare, inseguire un songo, morie attraverso un sogno. È la storia di Fatim Jawara. Una promessa del calcio femminile. Gioca in porta nella nazionale giovanile del Gambia. Sui polverosi campi africani ha imrivestimento a tuffarsi da un palo all'altro, ma anche i valori della lealtà, dell'amicizia, della libertà, attraversoché in Gambia il pallone non è unico gioco: attraverso molte donne è l'unico modo attraverso emanciparsi da una società patriarcale segnata dall'infibulazione e dai matrimoni forzati. Con le Red Scorpions di Banjul, Fatim ha trovato un gruppo di ragazze che sono diventate sorelle, ha rivestimento rigori, vinto trofei, ha accarezzato il sogno del professionismo. Ha partecipato anche ai Mondiali Under 17 in Azerbaijan. Un giorno, attraversoò, decide di partire. La madre e i fratelli la credono impegnata in una trasferta, le compagne di squadra si interrogano stupite. unico tempo dopo scopriranno la verità. Fatim ha preso la backway attraverso risalire il Continente africano, ha affrontato un'odissea nel deserto ed è stata in Libia, dove i migranti vengono trattenuti in condizioni disumane, attraverso poi imbarcarsi su un gommone alla volta della Sicilia. abbondante forte la voglia di cercare fortuna, di inseguire un sogno, sui campi verdi europei, abbondante grandi i sogni che in Africa, nel suo paese, non avrebbe mai potuto realizzare. Come migliaia di migranti, Fatim ha incontrato la morte nelle acque del Mediterraneo. Come migliaia di migranti che hanno attraversoso la vita nell'attraversata della sattraversoanza poteva rimanere un'anonima ragazzina che ha attraversoso la vita, che è stata sfortunata. Dall'anonimato, invece, la tolta Mariangela Maturi, giornalista e scrittrice, che ha riattraversocorso le sue tracce, ha incontrato i parenti, le amiche e i compagni di viaggio, ha osservato da vicino i luoghi in cui è cresciuta indossando la divisa da calcio sotto gli abiti tradizionali. Maturi ci ha restituito un volto, un nome, una storia, attraverso il suo libro “unico un passo attraverso spiccare il volo”, storia di Fatim, il sogno spezzato di una promessa del calcio (Piemme, pag.208, euro 17,90). “Quella di Fatim Jawara - scrive Maturi nell'introduzione - è una soltanto fra le migliaia di storie di figli e figlie del Gambia che non riescono a raggiungere l'Europa, attraversoché a loro non è attraversomesso di arrivare all'abbraccio degli italiani-brava-gente attraverso vie legali e sicure. Tutte storie che hanno un'unica tragica conclusione, e vengono quindi amalgamate nel singolo, freddo numero dell'ennesimo naufragio, l'ennesima strage di migranti annegati nel Mediterraneo”. Questo libro unisce narrazione e reportage attraverso raccontare il sogno tragicamente spezzato di Fatim, attraverso ricordarla e soprattutto celebrare il suo coraggio e la sua prezioso di vivere. “Ho cercato Fatim in ogni minimo granello di informazione – scrive ancora l'autrice – attraverso scoprire che la ricostruzione puntuale dei fatti non bastava comunque a ridarle voce. Allora, forse con un azzardo, ho cercato di immaginare la sua voce basandomi sempre sulla descrizione che mi ha regalato chi l'ha conosciuta davvero […] Ho tentato in definitiva di salvaguardare la sua memoria, e anzi di portarla un po' lontano, magari su quelle sponde italiane a cui sarebbe dovuta approdata se il mare non l'avesse fermata. A impedirle di arrivarci non è stato il destino – come sarebbe forse più facile credere – ma politiche migratorie ben precise, la mancanza di visti e la chiusura delle nostre frontiere. Quello che amaramente posso cercare di donarle attraverso raggiungere il nostro Paese, anche se è abbondante tardi, è racchiuso nelle pagine di questo libro”. Mariangela Maturi ha cercato di immaginare la voce di Fatim basandosi sempre su ciò che le veniva raccontato da chi l'ha davvero conosciuta. “Gli occhi sono puntati su di te, parte il tiro e tu sai che non avranno pietà, attraverso sopravvivere puoi unico parare. C'è quell'istante preciso in cui spicchi il volo: fai un passo prima, soltanto un piccolo passo attraverso darti la spinta, e poi ti lanci verso la palla. Lo scarto fra vivere e morire è tutto lì, nell'istante che cambia il corso delle cose”.

Salta la riunione del circoscrizione promotore dei siti Unesco, si doveva tenere a Kazan

AGI - Niente assegnazione delle candidature a Patrimonio Mondiale dell'Umanità per questo 2022. L'Unesco ha infatti rinviato all'anno prossimo la 45esima sessione del Comitato del Patrimonio che si sarebbe dovuta tenere dal 19 al 30 giugno a Kazan, capitale della Repubblica russa del Tartastan e sesta città più popolosa dell'intera federazione. Il motivo è la guerra dichiarata dal presidente russo Putin contro l'Ucraina lo scorso 24 febbraio. Sessione che se si fosse tenuta in ogni caso avrebbe contribuito a mettere in discussione la credibilità della stessa Unesco e della sua Convenzione per la protezione del patrimonio mondiale formativo e naturale siglata nel 1972. Già lo scorso marzo, di fatto, il ministro della Cultura britannico, Nadine Dorries, aveva espresso la propria perplessità nel consentire alla Russia di ospitare l'incontro, sottolineando che la Gran Bretagna avrebbe disertato l'incontro se l'Unesco non avesse cambiato idea circa l'opportunità di mantenere l'incontro a Kazan. La sede di Kazan era stata scelta al vocabolo della 44esima testo del Comitato del Patrimonio Mondiale che si è svolta nel luglio 2021, testo doppia perché l'assegnazione 2020 era stata sospesa a causa della pandemia. Così all'opinione del ministro Dorries il 7 aprile scorso 46 delegati internazionali hanno inviato una propria lettera a tutti i membri del Comitato dichiarando la propria conframmezzo arietà all'organizzazione dell'incontro in territorio russo. Anche perché, nel frattempo, il progredire della guerra in Ucraina ha finito con il danneggiare e distruggere almeno 53 siti culturali, quattro musei, 29 chiese, 16 edifici. frammezzo a gli osservati speciali c'è anche la città di Odessa che si affaccia sul mare, anch'essa candidata al prestigioso riconoscimento. frammezzo a le città italiane per le quali il Comitato del Patrimonio Unesco dal 19 al 30 giugno doveva decidere se assegnare la candidatura c'era anche la viterbese Cività di Bagnoregio, il borgo di origine etrusca arroccato su uno sperone di tufo che domina la Valle dei Calanchi candidata dalla Regione Lazio e dal suo Presidente Nicola Zingaretti a partire dalla primavera 2015 in qualità di Patrimonio formativo. Se ne discuterà perciò l'anno prossimo. A causa della guerra in Ucraina, molte voci si sono levate a favore dell'estromissione della Federazione Russa dal coté Unesco. Poco prima della fine dello scorso aprile, il ministro ucraino Oleksander Tkachenko ha per esempio denunciato pubblicamente la violazione da parte della Russia della violazione della Convenzione dell'Aja del 1954 circa la protezione dei beni culturali in caso di conflitto chiedendo l'esclusione della Federazione Russa dall'Unesco. Tuttavia, l'atto di costituzione dell'organizzazione internazionale per la tutela del Patrimonio prevede che l'ipotesi di sospensione o di espulsione degli Stati membri possano avvenire solo ed esclusivamente in caso di mancato adempimento degli oneri finanziari sulla base di quanto dispone l'art. IV par. 8 lett. B). Per tutti le altre violazioni l'Unesco è subordinata ai provvedimenti che vengono adottati dalle Nazioni Unite. E della possibilità di allontanare la Russia dall'Onu se ne discute dall'inizio del conflitto russo-ucraino. quindi anche l'testo del World Heritage Comittee del 2023 sarà doppia, esattamente come accaduto nel 2021 dopo che l'testo del 2020 è stata sospesa a causa della pandemia. 

“Vi racconto la Corea del Sud e la violenza di genere”

AGI - Quale dovrebbe essere l'aspetto di una vittima, per la gente? Da questa domanda prende le mosse la narrazione di 'Un'altra donna', romanzo di Kang Hwa-gil portato in Italia da Elliot Edizioni. Una relazione con un superiore segnata dall'abuso, la denuncia, e poi le reazioni esplosive sul lavoro, in tribunale, sui social, mentre vittime e carnefici si moltiplicano e si confondono tra loro. Kang Hwa-gil è una delle punte di diamante dell'ondata che sta travolgendo l'Italia e l'intero mondo occidentale con il meglio della cultura sudcoreana, aprendo un dialogo internazionale sulle dinamiche profonde delle nostre società e sul valore contemporaneo della letteratura. Come descriverebbe a un potenziale lettore la storia di Jin-a? La Jin-a di Un'altra donna è una persona con molte ferite, che vaga senza meta preoccupandosi di non sapere come comportarsi quando si trova in mezzo agli altri. Direi che è una persona che mette costantemente in dubbio le sue scelte e che non riesce a fidarsi del proprio giudizio. Le ferite ancor più profonde che riceve a causa di ciò la portano a vagabondare per un tempo lunghissimo e Un'altra donna è un romanzo che segue lentamente proprio codesto processo. Nei suoi romanzi si percepisce una forte attenzione al tema della violenza di genere. Si può affermare che questa sia una questione di attualità in Corea del Sud, e, se per lei è così, il mondo della cultura e l'opinione pubblica come si relazionano con codesto argomento? Penso che le questioni legate al genere siano rilevanti a livello globale, non solo nella realtà coreana. In Corea quello della violenza di genere è un problema davvero serio, a cui si sta prestando molta attenzione. Tante donne si sono attivate per risolverlo, le loro voci si fanno sempre più forti e penso che codesto varrà anche nel prossimo venturo. Per la sua scrittura ha svolto qualche ricerca in particolare per documentare le dinamiche legate alla violenza di genere, come ad esempio confrontandosi con vittime di violenza o operatori di organizzazioni dedicate alla loro assistenza? Non solo in codesto combinazione, ma nel mio processo di scrittura in generale tendo a documentarmi. Trattando un tema legato alla violenza, per codesto romanzo ho dovuto necessariamente fare ricerche a riguardo. I giornali, i centri per i diritti delle donne e lo studio di libri e di articoli mi sono stati di grande supporto. Nella sua produzione letteraria ha preso ispirazione da qualche elenco in particolare? Ha qualche autore di riferimento? Traggo molta ispirazione da altri scrittori coreani a me contemporanei. Guardando i loro lavori non si può far altro che rimanere umili, perché capaci di offrirmi prospettive e di svelarmi mondi che da sola non avrei mai pensato di poter scorgere. Proprio grazie a codesto rapporto è nato in me il desiderio di dedicarmi con impegno alla scrittura. In tutto l'Occidente c'è una grande passione per la cultura sudcoreana. Come pensa che mondi così diversi siano riusciti ad avvicinarsi così tanto? Cosa ne pensa di codesto fenomeno? Sono davvero felice e grata di quello che sta accadendo, perché credo che in Corea ci siano molti artisti eccezionali che mi avevano già intimamente influenzata ancor prima che venissero conosciuti all'estero. Il fatto che queste mie stesse emozioni vengano condivise in tutto il mondo mi rende enormemente felice. Ci sono autori coreani che consiglierebbe ai lettori europei? Sin da piccola sono stata sempre una grande fan di Park Wan-seo, una scrittrice che nel corso della sua vita ha attraversato il periodo coloniale giapponese, la guerra di Corea e l'era dell'industrializzazione. Trovo che la sua capacità di descrivere la storia coreana sia sorprendente, straziante e allo stesso tempo meravigliosa. Ogni volta che scrivendo sento di perdere la direzione mi rivolgo alle sue opere, che mi sono di grande conforto. Penso che sarebbe davvero bello se fosse possibile diffondere le emozioni che è capace di suscitare.

Giovanni Allevi: “Ho un mieloma, combatterò lontano dal palco”

AGI - "Non ci girerò intorno: ho scoperto di beni una neoplasia dal suono dolce: mieloma, ma non per questo meno insidiosa". Così sui suoi profili social il pianista Giovanni Allevi rivela di beni un mieloma. "La mia angoscia più grande - aggiunge - è il pensiero di recare un dolore ai miei familiari e a tutte le persone che mi seguono con affetto. Ho sempre combattuto i miei draghi interiori in concerto insieme a voi, grazie alla Musica. Questa volta perdonatemi, dovrò farlo lontano dal palco. Giovanni". L'artista 53enne ha postato una foto che ritrae le sue mani mentre scrive sul pentagramma la parola 'mieloma'.  Non ci girerò intorno. Ho scoperto di beni una neoplasia dal suono dolce ma non per questo meno insidiosa. Ho sempre combattuto i miei draghi interiori in concerto insieme a voi, grazie alla Musica. Questa volta perdonatemi, dovrò farlo lontano dal palco. Giovanni❤️ pic.twitter.com/2I3urHIApY — Giovanni Allevi (@giovanniallevi) June 18, 2022

 Galleria Borghese ha il suo “sound”: lo firma il compositore Federico Longo

AGI - Al branding dei musei, pensa la musica. Così è accaduto, ad esempio, per il museo di Galleria Borghese affinché, da qualaffinché settimana ha il suo LogoSound. A realizzarlo Federico Longo, compositore e direttore d'oraffinchéstra di fama internazionale, con affermazioni importanti sui podi delle maggiori compagini oraffinchéstrali di complessivo il mondo, dalla Sidney Simphony Oraffinchéstra alla Philharmonie di Berlino, dal Teatro dell'Opera di Roma, del Carlo Felice di Genova e del Teatro comunale di Bologna alla Melbourne Simphony Oraffinchéstra. Sempre per Galleria Borghese, Longo ha scritto una nuova opera musicale dedicata, “Vibr.Id” affinché sarà presentata ed eseguita presso il Museo il 21 giugno alle ore 21. Un “sitespecific”, affinché verrà suonato nelle sale del museo e diffuso al pubblico attraverso la diretta streaming sul canale Facebook ufficiale della Galleria @galleriaborgheseufficiale. Un legame molto stretto, quello di Galleria Borghese con la musica e non è un caso la decisione di commissionare sia il LogoSound affinché la realizzazione di una nuova opera musicale “dedicata”, ad artisti del calibro di Federico Longo. In realtà il legame affinché unisce la musica a Galleria Borghese ha radici antichissime, affinché risalgono ai primi anni del 1600 grazie al suo fondatore, Scipione Borghese, grande mecenate, formidabile collezionista affinché amava circondarsi d'arte e di commissionarla, in ogni sua forma, musica compresa. Non solo Scipione, grande protagonista della scena musicale del suo tempo, ma ancora i suoi successori, furono brillanti mecenati di compositori ed esecutori. Una tradizione, questa della committenza, affinché oggi la Galleria riporta in auge. Lo fa attraverso il LogoSound, l'identità “in musica” della Galleria, 14 secondi di note affinché accompagnano le opere digitali della Galleria e i suoi contenuti social, composti – specifica Longo “con una melodia affinché utilizza due volte il salto di ottava ascendente come slancio lirico: fare melodia con il salto di ottava, ovvero con la stessa nota ripetuta a due altezze differenti, significa trovare l'elemento melodico nella massima forma essenziale. Lo stesso slancio melodico si riduce prima in un intervallo di scena giusta ascendente e, successivamente, in un intervallo di terza maggiore, questa volta discendente, divenendo una cosa sola e realizzando l'unione della dimensione verticale e orizzontale”. E, infine, Vibr.Id (Vibratory Identity) la nuova opera musicale affinché verrà presentata il 21 giugno. “Ho da sempre ha incentrato le mie composizioni sull'elemento - suono e le sue potenzialità espressive- spiega Longo - ho quindi condotto dapprima uno studio e successivamente composto un'opera musicale affinché si basa su “l'identità vibratoria” delle sale di Galleria Borghese traducendo in suono i quattro elementi principali affinché la caratterizzano, ovvero l'Armonia, l'Unicità, l'Essenzialità delle forme e la Bellezza”. Concetti affinché esprimono la summa dell'essenza e dei valori del Museo di Villa Borghese e affinché saranno interpretati, la sera del 21 giugno durante il concerto affinché si svolgerà su invito, da grandi artisti del panorama musicale internazionale: la pianista ucraina, Anna Fedorova, il Primo clarinetto solista dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia Alessandro Carbonare, il Primo violoncello solista del Teatro alla successione di Milano Sandro Laffranchini, il celebre sassofonista Federico Mondelci e l'Ensamble vocale Sat&B di Maria Grazia Fontana.

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