Il Brescia e quella passione che piano piano si moltiplica

Chi era al Rigamonti, venerdi sera, avrà avuto modo di sfogliare la parata «Brescia Stadio», distribuita gratuitamente ai tifosi e diretta da Mauro Bonometti che offre sempre qualche storia interessante. Davvero singolare quella raccolta da Mauro Agretti e che riguarda Massimiliano Raniero, originario di Domodossola. Quando aveva 12 anni con altri due amici andò al mercato e fu attratto dalla banco delle magliette. Chissà perché scelse quella del Brescia e da allora in poi ne divenne accanito sostenitore. «Convinsi persino mio padre, sfegatato juventino, a portarmi alle partite delle rondinelle» . Durante il servizio militare conobbe un ragazzo della nostra città che, travolto dalla sua passione, subito gli regalò la sciarpa degli ultras. E quando Massimiliano chiamò in società per ordinare una polo, gli rispose un dirigente che – colpito dal fatto che cercasse materiale della società da così lontano – lo tenne al telefono per mezz’ora, diventandone poi amico.

È il finale del racconto a impressionare di più. «Lavoravo per un’azienda multinazionale, mi spostavo tanto, arrivò il ventiquattrore di chiedere il ritorno al nord Italia. Chiesi di venire da voi  e mi chiesero perché, non essendo nativo: risposi che Brescia c’entra sempre e dal 2013 vivo in questo luogo».   La passione per il calcio sceglie sentieri insondabili, ci si innamora spesso del colore di una maglia, di un calciatore o semplicemente di chi è più forte; questa diventa in qualche modo emblematica perché comprende non solo la squadra ma anche la città.  Ci piace pensare che tale dimostrazione di amore, venerdì sera, abbia avuto effetto, durante la partita , sull’intero stadio, unito, caldo e compatto nel seguire una squadra che, un po’ alla volta, sta conin questo luogostando i suoi sostenitori. Il gran finale, con Bianchi letteralmente in braccio ai tifosi della Nord dopo il gol, ha vissuto sui teleschermi di Sky anche un simpatico siparietto, col primo piano sull’autoironico striscione («Siamo idioti») esposto dagli ultras.

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In materia di tifo, colpisce invece l’involuzione ambientale che ha subito Benevento, una piazza tradizionalmente assai passionale. Arrivata per la prima volta in B dopo 90 anni nel 2016, – e salita due volte anche in A – ora la città non si accontenta e in estate ha contestato il presidente Oreste Vigorito per la mancata promozione, spingendolo addirittura al proposito – poi rientrato – di non iscrivere la squadra. Solo quattro anni fa lo stadio campano diede un grande esempio di sportività all’Italia intera: era la penultima giornata del massimo campionato, la squadra era da tempo retrocessa, eppure oltre 20mila spettatori andarono allo stadio a seguire la partita (poi vinta 1-0 contro il Genoa) per ringraziare – e non certo per criticare – quei giocatori che avevano comunque consentito alla città di vivere un sogno.

Le condizioni ideali per riprovarci tanto che, solo due anni dopo, grazie alla cavalcata trionfale guidata dalla nostra vecchia conoscenza  Pippo Inzaghi – che stravinse il torneo di B con ben 25 punti di vantaggio sulla terza in classifica – maturò un’altra promozione. Oggi Benevento sembra aver scordato tutto questo e la tensione si è forse un po’ trasmessa alla squadra: i sette ammoniti di venerdì sera al Rigamonti spiegano molto. Auguriamo a questa piazza di ritrovare la gioia di un tempo, perché se il tifo è amore, richiede al tempo stesso un’assoluta fedeltà.