La fobia della morte irrisa da Sylvain Tesson

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Roma, 7 mag – In un preambolo alla sua collezione di disegni appena pubblicata da Albin Michel dal titolo Noir, Textes en dessins, il pluripremiato scrittore francese Sylvain Tesson, ci ricorda qual è il nostro destino affrontando una serie di domande poste dalla rivista Le Point a proposito di questa nuova pubblicazione di 288 pagine. Il controverso autore di Berezina e Nelle foreste siberiane, dopo una brutta caduta in cui rischiò di morire, in questa intervista a Le Point, ci porta a riflettere sulla morte, le fobie pandemiche e le perversioni moderne di un mondo, quello occidentale, sempre più stanco e prigioniero di sé stesso, aggrappato ciecamente ai dogmi imposti dai suoi nuovi stregoni. Lo fa in una chiave del tutto critica e colma di profondità che dovrebbe portare il lettore a porsi, mediante il pensiero della morte, inevitabili domande sul senso della propria vita e di ciò che lo circonda.

Sylvain Tesson, cosa ci dice il grande autore francese nell’intervista di Le Point

“L’uomo pensa di essere immortale. Questa è la sua grandezza, è la sua debolezza – afferma Tesson – Trascurando l’ineluttabile, negando il fatto che tutto si gioca in una tregua, ignora l’urgenza del piacere, non sa amare, non sente e perde il suo tempo a lamentarsi delle buche nelle strade di Parigi. Eppure, questa morte è ovunque “alle porte dell’Europa”. Di seguito la traduzione di parte dell’intervista rilasciata al giornale francese.

Qual’è il tuo rapporto con la morte?

Banale. Ho paura della morte. Voglio che sia violenta. Ci sono cose peggiori della morte: la vecchiaia e la degradazione. Non mi oppongo alla morte con ironia o negazione. Se disegno schizzi di umorismo macabro, è per salutare la morte evocandola (da lontano). La guardo, ci rido sopra, con deferenza. “Bisogna ridere prima di essere felici, per paura di morire senza aver riso” (La Bruyère). Per questo motivo, gli esteti si circondano di “vanità” (teschi e scheletri): ricordano il memento mori latino (“ricorda che morirai”). Questo promemoria li incoraggia a vivere di più! La negazione della malattia è chiamata dagli psichiatri “anosognosia”: “assenza di coscienza della propria malattia”. Potremmo trasporre questo termine alla morte. E inventa “l’athanatognosia”, “assenza di conoscenza della morte”, sinonimo di rifiuto di sentirne parlare. Questo ci offre oggi la tecnologia moderna…

Secondo lei, il nostro atteggiamento in Occidente è quello di persone che si credono immortali?

Vorremmo esserlo. Ma il peggior favore che puoi fare a un essere umano è fargli credere che la vita durerà per sempre. La negazione della morte, per occultazione e trucchetti statistici, è stato implementato durante la crisi del Covid. I tecnocrati hanno dato la loro definizione di vita. Hanno basato il suo valore sulla durata. I burocrati apparivano ogni sera in TV: “C’è un virus, ci rinchiuderemo tutti perché è vietato morire ed è meglio prolungare la vita anche se essa è noiosa”. Da un lato, la reclusione, dall’altro, la tecnoscienza. Scienziati pazzi suggeriscono che vivremo mille anni. Sono spaventosi! L’amore per se stessi li porta a voler prolungarsi giocando con la biologia! Sono i Mengele della metafisica. Se dovessimo arrivare a questo incubo, tutte le disgrazie delle nostre esistenze racchiuse in ottant’anni (aspettativa di vita in Francia), sarebbero trasposte su mille anni. Ci sarebbe una crisi di mezza età a quattrocento anni, dei vecchi belli di 800 anni, adolescenti ritardati di un secolo.

Questo modello di “uomo potenziato” la terrorizza?

L’espressione mi atterrisce. Il volontà di “aumentare” se stessi è una prova della propria diminuzione mentale. Perché il valore della vita sta nella sua brevità, è un principio antico. Non hanno letto gli stoici, gli assistenti di laboratorio bionici? La vita è un gioco pericoloso e fulmineo. Suoniamo velocemente, una volta sola, sulla corda (di ciascuno strumento come della vita). Se cominciamo a dotarci di organi clonati, microprocessori impiantati e di geni codificati, sembreremo alberi di Natale. C’è un ossimoro nell’aumento dell’uomo da parte della macchina. L’uomo potenziato è, al contrario, quello che può fare a meno delle macchine. L’uomo non accresciuto è l’uomo schierato, totalizzato, realizzato. Quando vediamo ciò che l’uomo ha prodotto con la sua voce, un gesto, una penna, un pennello, un compasso, una fucina e un martello, dubito che ci possa essere qualcosa di interessante nella sua conversazione con un microchip. L’uomo aumenta se stesso attraverso la lettura, la arte poetica, la natura, l’amore e lo sforzo.

Lei, l’uomo delle storie e delle avventure, trova in “The Bohemian Ploughman”, l’accettazione della morte. Come ha scoperto questo testo?

Questa storia fa parte del bagaglio di famiglia. Mio padre ce ne parlava sempre. Questo testo del Rinascimento tedesco fu la sua risposta alla morte. Mia madre, medico, preferiva scrivere ricette. Un giorno, alla morte di sua moglie, fece mettere in scena questo testo nel suo piccolo Théâtre, a Montparnasse. Sembrava felice, come se avesse chiuso il suo diario. È la storia di un aratore che perde la moglie. Insulta la morte. Lei gli appare e gli dice, più o meno: “Io sono la vita, perché se non ti mietevo, sarebbe l’abominio, il termitaio brulicante”. L’ingorgo urbano, è un’allegoria dell’accumulazione mortificante. Non ci muoviamo più, ci inquiniamo a vicenda, ci rendiamo brutti, ci insultiamo. La vita è il movimento.

Lei ha perso sua madre diversi anni fa. Come ha reagito alla sua morte? Ha gridato alla morte come fece l’aratore?

Sono stato stupido quanto l’aratore e dissi: “Non lei! Non è giusto”. Jankélévitch descrive la morte come una banalità oscena. Cento miliardi di Sapiens sono morti prima di noi. Viviamo in città costruite con la loro polvere. La terra puzza di cadaveri. Camminiamo sulle ossa. Dovremmo essere convinti di questo. Ma questa idea non è sufficiente a consolarci perché tutti noi crediamo di essere unici. Il ragionamento non può fare nulla contro l’emozione. C’è un altra possibile consolazione. Nel caso di mia madre, continuavo a ripetermi che non aveva sperimentato il trapasso della morte e la degradazione. Non l’ho vista rimpicciolire, chiudersi in se stessa. È morta a 68 anni, vestendosi per andare a teatro, falciata da un’esplosione generale del sistema circolatorio. Questo è il meglio che possiamo desiderare per noi stessi. Paf! è una bella parola alla fine. Embolia massiccia! Dinamite interna! Per quelli che ti circondano, la repentinità è la cosa peggiore poiché nulla prepara al dolore. Per i morti è invece la notizia migliore. Scappano prima di non poter più correre.

E’ in angoscia per il trapasso ma si ha la sensazione che tutto oggi sia diretto a rendere interminabile questa fase immediatamente precedente la morte.

È l’esatta illustrazione del regno della quantità di René Guénon, cioè la “statistizzazione” di tutto. Tutto deve essere contato nel mondo dei numeri.
Il valore è il volume. La vita non vale più la sua sostanza, ma la sua durata.
Una passeggiata non vale più l’impressione che se ne ricava, ma il numero di passi che si fanno. Un’opera d’arte non vale più per il suo intento, ma per il numero di “visualizzazioni”. Anche la salute è legata al numero di battiti del cuore, non a ciò che lo fa battere o sanguinare. “Quando si ama, non si conta”, dice il proverbio. Il Cyberworld non può amare nulla perché conta tutto.

Si potrebbe pensare che sguazziamo nel consumo e nell’immediatezza proprio perché abbiamo un forte senso della morte. Cosa ne pensa?

La buona vita dei greci – fedele alla natura, eroica ed estetica – è definita oggi dalla comodità. Perché no? L’umanità ha tremato così tanto per millenni che non possiamo biasimarla per aver gradito il riscaldamento centralizzato e i quattro salti in padella, anche se è a scapito di ogni estetica. Gli assessori di oggi si permettono di rovinare città che una volta erano sublimi. In cambio della bruttezza, abbiamo scelto un maggior grado di comfort. Durante i confinamenti (lockdown), i programmi di maggior successo in TV erano quelli sulla decorazione e sulla arte culinaria. Sistemiamo il nostro uovo. Dio è morto. La fata della casa lo ha sostituito. Viviamo in un momento centripeto. Accumuliamo, ci ritiriamo. Dobbiamo stare attenti. In astrofisica, questo movimento porta al collasso dei corpi celesti. In geologia, quando l’accumulo pesa sugli strati del substrato, questo porta alla subsidenza tettonica, cioè all’assestamento. E se stessimo vivendo un cedimento umano?

La corda, che è la corda dell’impiccato, è molto presente nei suoi disegni ma anche nella sua vita. Quella dei marinai, del montanaro, dei mondi che frequenta…

Mi piacciono le favole dei fachiri della pianura vedica. Suonano il flauto, una corda si alza, si arrampicano: questa è la fuga! Il sogno d’alpinista : che le corde salgano ! La corda contro la forza di gravità. La corda dell’impiccato appartiene all’estetica europea, medievale, romantica. L’impiccato è il filo a piombo del danno. Da Villon a Hugo, soggioga. Galleggia tra il cielo e la terra, è morto ma ancora in piedi, non tocca la terra. Ha potuto esalare l’ultimo respiro nonostante la corda che lo strangolava? La corda dell’alpinista è invece una corda di vita. Essa mi ha salvato qualche volta. Schizzo con la penna impiccati e suicidi da trent’anni. Lo faccio senza ironia, senza ironia. Ho il massimo rispetto per il danno, esercizio di volontà. E ho la più grande commiserazione per le situazioni che portano ad esercitarlo. Quando non si può più sopportare la vita, si lascia la stanza fumosa. Il danno è un’alternativa, niente di più. Non deve essere glorificato o condannato da chi ha il coraggio di farla finita o (è la stessa cosa) il coraggio di non avere il coraggio di continuare.

a cura di Andrea Bonazza

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