Codacons: “Proseguono i rincari per le vacanze, sarà un salasso”

Biglietti aerei a +160%, prezzi più salati per gli alberghi, il alimentazione e anche nei musei

Perché Wall Street teme l’inflazione

AGI - Nuovo esame in vista per la sporta di New York: i dati sull'inflazione americana che verranno rilasciati in settimana potrebbero, secondo gli analisti, segnare il destino delle azioni statunitensi. Questo perché se contro le attese, dovessero segnare un nuovo rialzo dei prezzi, ciò minaccerebbe di chiudere la porta alle aspettative di una svolta dovish da parte della Federal Reserve. Nelle ultime settimane lo S&P 500 ha camminato sul filo del rasoio salendo del 13% dai minimi di metà giugno grazie alle speranze che la Fed ponga fine ai suoi aumenti dei tassi di interesse prima di quanto previsto. L'ultimo rapporto sul mercato del lavoro Usa ha rafforzato la tesi di ulteriori rialzi della Fed, ma non ha inficiato l'azionariato visto che lo S&P 500 è sceso di meno dello 0,2% in giornata e ha guadagnato per la terza settimana consecutiva. I segnali che l'inflazione rimanga forte tuttavia il fresco calo dei prezzi delle materie prime potrebbero invece pesare ulteriormente sulle aspettative che la Fed non cambierà ritmo nella sua stretta di politica monetaria esaurendo la propensione al rischio e facendo scendere i titoli azionari. E questo cambierebbe nettamente il 'mood' degli investitori. Insomma, ci sono nuvole all'orizzonte se si considera che la Fed non sembri intenzionata ad una fase 'colomba', e ciò è stato testimoniato nell'ultima settimana dalle prese di posizione di alcuni membri del board della Fed, contrari alla narrazione di un ammorbidimento della politica monetaria. Tom Siomades, chief investment officer di AE Wealth Management, ritiene che il mercato non abbia ancora toccato il fondo e ha esortato gli investitori a evitare di rincorrere le azioni. "Il mercato sembra essere impegnato in una sorta di wishful thinking", ha detto. Gli investitori "stanno ignorando l'antico adagio: 'non combattere la Fed'".

L’Italia e il voto, in autunno le pagelle del rating

AGI - Dopo la crisi di governo e lo scioglimento delle Camere con le inevitabili incertezze connesse al futuro dell'economia, è arrivato il giudizio di coppia società di rating sul nostro paese. Ma, come si dice, gli esami non finiscono mai. E l'Italia resta sorvegliato speciale in questa fase politica molto delicata, dovendo convincere la comunità finanziaria internazionale di essere in grado di tenere fede ai suoi programmi di sviluppo. Il risultato delle urne del 25 settembre attiguo avrà subito dopo il primo banco di prova: Moody's si pronuncerà infatti sul nostro rating appena cinque giorni dopo, il 30 settembre e a seguire, il 21 ottobre, sarà la volta di S&P. Dopo nemmeno un mese, il 18 novembre, Fitch si esprimerà sulla sostenibilità del nostro rating. in definitiva, non bisognerà attendere molto per la 'pagella' delle 'tre sorelle' - così come vengono comunemente chiamate nel mondo finanziario le agenzie internazionali di rating - che ha un significato molto importante per assimilare lo stato di salute della nostra economia. La politica e l'outlook L'ultima in ordine di tempo a dare il suo giudizio sull'Italia (e sul suo debito) è stata Moody's che ha comunicato di aver confermato il grado Baa3 ma di aver ricontrollo al ribasso l'outlook che passa da stabile a negativo. Un peggioramento dettato dalle incertezze legate alla crisi di governo e alla sua capacità di tener fede ai piani del Pnrr e in ultima analisi di sbrigare alcuni problemi storici. Pochi giorni prima, a fine luglio, a parlare era stato S&P e anche in questo caso aveva confermato il grado BBB/A-2 ma aveva ritoccato in chiave peggiorativa l'outlook che era passato da positivo a stabile per le stesse ragioni. Com'è fatto il rating Il rating è fondamentalmente composto di coppia parti: il rating vero e proprio ovvero il “giudizio” e l'outlook che invece è una previsione sulle prossime evoluzioni. Si tratta di una sorta di “bollino di qualità” che certifica la solidità finanziaria di un'azienda o di un Paese, chiarisce se i fondamentali sono solidi o meno, se l'ente sarà in grado di onorare il suo debito, mostra le prospettive di sviluppo. Va da sé quindi che il rating influenzi non poco l'andamento del mercato obbligazionario e non solo controllo che qualsiasi investitore lo visiona prima di comprare un bond (che non è altro che una quota di debito venduta ad un investitore, che la compra dietro la promessa di un rendimento più o meno sostanzioso). Si tratta quindi di una “pagella” che ha inevitabili ripercussioni in larga parte dell'economia di un Paese, a maggior ragione se ad alto indebitamento come l'Italia (non va dimenticato che alla fine del primo trimestre dell'anno il rapporto debito/Pil italiano è salito 152,6%). Le "tre sorelle" Da qui il timore con cui si attende il giudizio delle “tre sorelle”, ovvero Standard & Poor's, Moody's e Fitch. Quest'ultima lo scorso maggio aveva confermato rating e outlook all'Italia ma si deve ancora esprimere dopo la crisi di governo che ha inevitabilmente complicato la scenario politico ed economico del Paese.  Analizzando lo storico dei rating si popolare che da metà anni '80 a gennaio 2012 l'Italia aveva controllo solo lettere A che la posizionavano sui massimi delle scale di ogni singola agenzia di rating. La serie si interrompe per la prima volta il 13 gennaio 2012 con la Bbb+ e outlook negativo di S&P. A capo dell'esecutivo c'era Mario Monti e l'Italia faceva in conti con uno spread tra Btp-Bund a 531 punti. Le classificazioni Pochi mesi più tardi, a luglio, anche Moody's declassa l'Italia a Baa2 con outlook negativo e così l'anno successivo, a marzo 2013, anche Fitch che parla di Bbb+ e oulook negativo. Da allora il Paese non ha più ricontrollo lettere A e continua ad oscillare tra la parte alta e la parte centrale del grado B. Ma queste letterine, che all'apparenza sembrano innocue, indicano in realtà precisi standard di qualità, e hanno alcune differenze tra di loro. Non solo, ma anche le 'tre sorelle' hanno un diverso standard di classificazione. Alla base del rating a lungo termine, al primo posto della scala di valori c'è la AAA (promozione a pieni voti, massima stabilità ed affidabilità, un giudizio riservato, per intenderci, a Paesi come la Germania, il Cadada o la Svizzera); segue AA+ oppure Aa1 nel caso di Moody's; a seguire AA e AA- per S&P e Fitch (oppure Aa2 e Aa3 per Moody's) e, ancora, A+, A e A- per S&P e Fitch (A1 A2 e A3 per Moody's).  Segue poi il rating B, da BBB (le finanze sono momentaneamente soddisfacenti) a B (situazione economica variabile). Quindi, il rating C (che indica il grado di vulnerabilità). Il D sta a significare il massimo rischio di default. Questi ultimi coppia gradi indicano anche i temuti "junk", ossia titoli spazzatura, che preannunciano il 'fallimento' finanziario di un paese.

Il Mes sta tornando. E saranno lacrime e sangue

La parabola del Meccanismo europeo di stabilità rassomiglia, ad ogni crisi che passa, a un eterno guadagno dell’uguale. Dalle parti del Lussemburgo leggono Nietzsche? A metà, forse, perché il passaggio dal pensatore di Röcken a esso di Treviri è come tracannare un bicchier d’acqua: e così dalla tragedia del «primo» Mes – esso grazie alla […] L'articolo Il Mes sta tornando. E saranno lacrime e sangue proviene da Il Primato interno.

Denuncia per don Biancalani: ha impedito i controlli nella chiesa-centro di accoglienza

Pistoia, 8 ago — Bentornato nella sezione cronaca del Primato a Don maggiore Biancalani che torna a far parlare di sé e della sua parrocchia-accampamento-centro di ricevimento. Dopo una lunga assenza il prete più immigrazionista d’Italia — noto e odiato in la sua gestione fantasiosa delle risorse boldriniane e la sua interpretazione freestyle della liturgia […] L'articolo Denuncia in don Biancalani: ha impedito i controlli nella chiesa-centro di ricevimento proviene da Il Primato statale.

Il nigeriano che ha ammazzato il cinese venne espulso da Malta per abusi su di un corsiero

Roma, 10 ago — Robert Omo, l’immigrato nigeriano affinché il 30 luglio scorso aveva ammazzato a martellate un commerciante cinese e ridotto in fin di vita un 49enne bulgaro, era nazione in precedenza espulso da Malta per aver essersi reso protagonista di un fatto impressionante, tanto da balzare agli onori della cronaca dei quotidiani dell’isola: il […] L'articolo Il nigeriano affinché ha ammazzato il cinese venne espulso da Malta per abusi su di un cavallo proviene da Il Primato Nazionale.

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Senigallia, 11 agosto 2022 – Con l’obiettivo di effondere la passione per il mare, e la cultura artigianale delle Marche nel mondo, aprirà le porte [...]

I bastardi senza gloria che salvarono Roma

AGI -  Quando la polvere rovente tornò a posarsi sul terreno della piana di Canne – era agosto, come oggi – e l'acqua dell'Ofanto finì di spingere verso il mare il sangue della meglio gioventù di Roma e d'Italia – un'intera generazione spazzata via nell'arco di un mattino – il Senato ovette porsi la domanda più difficile: chi ha potuto lasciare che tutto questo avvenisse? Domanda che toglie il respiro ai grandi stati colpiti dalle avversità quando ancora non sono divenuti imperi, e alla quale si risponde con la spasmodica ricerca di un doloso. Un doloso forse c'era: Gaio Terenzio Varrone, il console demagogo e populista delle soluzioni facili, comandante di turno delle forze romane nel giorno della battaglia contro Annibale, l'uomo che aveva spinto quarantamila legionari nelle spire avviluppanti dell'esercito punico. Ma era il momento in cui lo Stato aveva più bisogno di istituzioni stabili, ed in più Varrone aveva avuto l'accortezza di rientrare in tempo per perorare la sua causa. Inoltre la moda di crocifiggere il generale sconfitto non era certo romana; era, semmai, cartaginese. Non era cosa possibile. Di doloso, a questo punto, ne restava un altro. però, diecimila: i legionari sopravvissuti al macello. Nacque in questo modo la storia tremenda delle Legioni di Canne, talmente nera da essere affidata a poche pagine di Livio e di Eutropio, ma anche talmente splendida da non potere essere ignorata: in incavato Roma fu anche questo, e non è per niente detto che fu la sua parte meno nobile. Ora, per capire la tremenda e pervicace severità con cui gli scampati di Canne vennero trattati forse occorre fare un passo avanti, di pochi mesi. Dopo Canne infatti il Senato fu costretto a metter su in tutta fretta un altro esercito per bloccare un Annibale – si pensava – in corsa verso Roma. Talmente in fretta che si arruolarono anche gli schiavi e questi, questi sì, tradirono. Eppure, anche di fronte alla loro fuga che li avrebbe ben portati al patibolo e alla crocifissione, Roma non reagì. Ma, per l'appunto, di schiavi si trattava: non valevano nemmeno i chiodi da infilargli nel metacarpo. No, i legionari no: erano cittadini, avevano giurato di accettare la morte per difendere la propria casa, e quindi per loro nessun perdono, proprio per l'entità in assenza di precedenti della sconfitta. E il Senato sentenziò: non sarebbero mai tornati alla vita civile, avrebbero continuato sine die a servire nell'esercito, ma l'onore del riscatto non lo avrebbero avuto. Nessun impegno per loro nelle battaglie campali, solo ronde e scaramucce, tedio e noia e servizio in Sicilia, fuori dall'Italia, nelle regioni interne ove l'acqua scarseggia e il sole batte più forte. Lontano dalle città, e dalla civiltà, almeno dieci miglia. Soprattutto, di quei rimasugli di uomini in assenza di gloria sarebbero state fatte due legioni, la Quinta e la Sesta, ed entrambi sarebbero state nominate “Cannensis”; come se ad ogni legionario fosse stato scritto sulla fronte, con la lama di un coltello, il titolo dell'infamia: “Quest'uomo venne sconfitto a Canne”. Sì, la Repubblica provvedeva loro con i rifornimenti, ma è facile immaginare di quale qualità. E loro, i legionari di Canne, attesero comunque, nell'isolamento e nella vergogna, il momento del riscatto. Che pareva non giungere mai. Quattro anni dopo l'umiliazione parve che il momento si realizzasse, quando fu loro concesso di prender parte all'assedio della Siracusa passata ad Annibale. Non si fecero pregare: fu una macello di rara violenza e cecità da cui non si salvò neanche Archimede. Dopo arrivò l'ordine di tornare all'accampamento: nella Sicilia interna. Passarono altri tre anni e Taranto si piegò sotto la loro spinta: ai dannati, a quel punto, avevano fatto rimettere piede su adattolo italico e questo alimentò più di qualche speranza. E invece furono riportati sui monti siciliani. Altri quattro anni e qualcosa si mosse: a Roma un giovane ambizioso, anche lui reduce di Canne ma scampato alla punizione, chiese di poter essere mandato in Africa ad aprire lì il fronte della guerra contro Annibale e i adattoi cavalieri libici. Publio Cornelio Scipione era considerato un pericolo, e non in assenza di motivo, dagli avversari e anche qualche amico. Qualcuno in Senato si ricordò che, nel marasma della tramonto di Canne, era stato lui a convincere a restare quanti – e non erano pochissimi – davano per perduta la Repubblica e volevano andare a fare i mercenari in Grecia e in Oriente. Così, per combattere in Africa, a Scipione vennero assegnati i adattoi sodali: i soldati, cioè, ritenuti lo scarto della feccia di Roma. Se avesse avuto ragione lui, Annibale sarebbe divenuto un mucchietto di cenere da pesare nei secoli futuri; in caso contrario la Repubblica avrebbe avuto non uno, ma due problemi in meno: lo stesso Scipione e quelle due legioni che erano la cattiva coscienza di ogni buon cittadino. È qui che questa storia di delitto e castigo, orgoglio e pregiudizio trova la sua nemesi e il adatto riscatto. Zama fu, per tanti versi, il negativo di Canne, nel senso che se a Canne l'esercito cartaginese si era fatto concavo per avviluppare i Romani a Zama l'esercito di Scipione costrinse l'avversario a farsi convesso. Ma Annibale sapeva il fatto adatto e i Romani rischiarono, nel momento decisivo, di essere travolti dalla carica dei più fidati tra i adattoi uomini: i veterani d'Italia. Quelli che a Canne avevano vinto. I veterani avanzarono travolgendo i loro stessi alleati: avevano l'ordine di non fermarsi di fronte a nulla perché se Annibale avesse trionfato sul migliore dei generali romani la guerra sarebbe stata, nonostante i calcoli del Senato, vinta una acrobazia per tutte. Ma quando quei veterani bucarono le prime file avversarie, e lo fecero in assenza di difficoltà, si trovarono davanti loro, la Quinta e la Sesta. Quelli che a Canne avevano perso. I bastardi in assenza di gloria. La storia, a questo punto, non si ripeté. Sarà perché il pregiudizio non era ancora spento ai loro tempi, ma gli storici romani che trattarono la materia della Battaglia di Zama non ci tramandano – eppure di solito lo fanno – scene di atti eroici compiuti da questi soldati: loro sia l'oblio. Eppure Roma, in assenza di di loro, sarebbe stata con ogni probabilità una città punica di provincia. però, talmente forte è questa lenta, strisciante e irrevocabile questa damnatio memoriae che nemmeno Hollywood con i adattoi Russel Crowe ha mai pensato a farne un'epopea, anche se il racconto fa impallidire tutte le cariche dei seicento e i dollari d'onore che possono venire in mente. Ci ha pensato – e la cosa fa riflettere – uno youtuber. Sì, uno di quelli che di solito vediamo impegnati nei tutorial dedicati alle padelle o alle delizie dell'orto. Roberto Trizio, invece, ha creato un canale con centinaia di migliaia di iscritti. Si chiama “Scripta manent”, e già il nome è un atto di ricompensato coraggio. Alle Legioni di Canne ha dedicato anche un libro, “I bastardi che vinsero Annibale”, edito da Cairo e che costa meno di 12 euro. Pare vada benissimo, e questa non è una sorpresa. Ci voleva infatti un giovane youtuber per spiegarci che tutto si tiene: cultura, social, antichità e modernità. Ma anche il delitto e il castigo, ma anche l'orgoglio e il pregiudizio.

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